Contro il rumore: il coraggio creativo dell’ordinario
In un mondo in cui l’AI ha reso tutto possibile, la cosa più difficile (e più potente) è scegliere di fare qualcosa di normale.
C’è un momento preciso in cui ci si accorge che qualcosa si è rotto. Non in modo drammatico, senza che crolli niente o suoni nessun allarme. È più sottile: ti ritrovi a scorrere un feed, uno schermo dopo l’altro, e ti rendi conto che sei anestetizzato. Draghi che distruggono città, onde giganti che travolgono grattacieli, volti umani che si dissolvono in spirali di pixel, sequenze che fino a tre anni fa avrebbero richiesto budget cinematografici e oggi vengono generate in quaranta secondi con un prompt di dodici parole. Tutto è possibile. E proprio perché tutto è possibile, niente stupisce più.
Questo è quello che da un po’ chiamiamo “effetto dinosauro”. È il nome che abbiamo dato a una deriva creativa precisa: quella di chi, trovandosi di fronte a uno strumento che permette di creare l’impossibile, sceglie sistematicamente di creare l’impossibile. Situazioni estreme, emozioni amplificate fino al grottesco. L’intelligenza artificiale ha abbassato il costo tecnico della meraviglia artificiale a zero, e la risposta di una larga parte del mondo creativo è stata quella di correre verso l’eccesso, come se la corsa all’iperbole fosse di per sé una strategia. Il problema è che quando tutti urlano allo stesso volume il risultato non è un concerto: è rumore.
La trappola dell’estremo, in realtà, non è nuova. Ogni volta che la tecnologia ha abbassato le barriere di accesso alla produzione c’è stata una fase di eccesso. Ma quello che sta succedendo adesso ha una caratteristica diversa: la velocità di saturazione è senza precedenti. Il ciclo tra “mai visto prima” e “già stanco di vederlo” si è compresso in settimane, a volte giorni. L’estremo è diventato la nuova normalità con una rapidità che non lascia spazio neanche alla nostalgia. E così ci troviamo in un paradosso che vale la pena di fermarsi a guardare: in un mondo in cui tutto può essere portato all’eccesso, la cosa più rara (e quindi la più preziosa) è la normalità.
Non facendo i romantici, non stiamo dicendo che bisogna tornare all’artigianato analogico per principio, né che l’AI sia in sé il problema. Stiamo dicendo qualcosa di più concreto: che la creatività autentica ha sempre avuto a che fare con la capacità di vedere quello che gli altri non vedono. E oggi quello che nessuno guarda più sono proprio le cose ordinarie. Il pavimento di una sala d’attesa. Il suono di una stampante che si scalda. Il gesto meccanico di tre nocche che battono sul tavolo mentre l’acqua del té sale a temperatura. Queste sono cose che esistono ovunque, che passano davanti a tutti ogni giorno, e che non catturano l’attenzione di nessuno. Finché qualcuno non decide di fermarsi e guardarle davvero. E lì, improvvisamente, c’è uno stupore che nessuna sequenza di dinosauri in CGI potrà mai generare, perché viene da qualcosa di vero.
La creatività che vale, oggi, è quella che sa trasformare il trascurato in emozione. Non l’emozione urlata (quella che ti aggredisce e ti costringe a fermarti, quella l’abbiamo capita tutti e l’abbiamo anche consumata). Ma l’emozione silenziosa di chi riconosce qualcosa di sé in un dettaglio che non sapeva di aver notato. Quella è la differenza tra chi produce contenuto e chi produce senso. E la differenza non sta negli strumenti, ma nello sguardo.
Su questo tema abbiamo un’opinione abbastanza precisa anche riguardo all’AI: il modo più intelligente di usarla non è quello che viene venduto come slogan, cioè efficienza, velocità, produttività. L’efficienza come obiettivo primario è una trappola elegante. Se tutti usano gli stessi strumenti per fare le stesse cose più velocemente, il risultato è un’omologazione accelerata: non creatività, ma clonazione. L’errore, l’imperfezione, il cammino storto che porta inaspettatamente da qualche parte di nuovo sono cose che l’ottimizzazione elimina per definizione. Non si impara ad andare in bicicletta senza cadere, e non si trova un’idea genuinamente originale seguendo il percorso già tracciato da qualcun altro. L’AI usata per fare di più e in meno tempo porta tutti a fare la stessa cosa, solo più in fretta. L’AI usata per alzare la qualità (per esplorare, per tentare, per sbagliare in modo più interessante) è un’altra storia.
La conseguenza di tutto questo è che il pubblico che vale si sta spostando. Non in modo visibile nei numeri aggregati, che premiano ancora l’eccesso perché l’eccesso scala. Ma c’è un pubblico più piccolo, più attento, più fedele che sta cercando qualcosa di diverso. Persone che non contano i like ma il tempo: quanto tempo hanno dedicato a qualcosa, quanto ci hanno pensato dopo, quanto sentivano che quello che stavano leggendo o guardando era stato fatto per loro e non per l’algoritmo. Un like non pesa nulla. Il tempo che qualcuno passa su un testo, su un progetto, su un’idea: quello pesa. E i media che riusciranno a costruire qualcosa di solido nei prossimi anni non saranno quelli con più follower, ma quelli con il pubblico più presente.
Andare contro corrente, in questo contesto, non è una posizione romantica né nostalgica. È la scelta strategicamente più sensata per chi vuole costruire qualcosa che duri. Non è facile, è probabilmente la strada più lunga, ma è l’unica che porta a un posto dove vale la pena stare.
Detto questo, ci teneva presentarvi un progetto che sta seguendo esattamente questa direzione, e di cui siamo in qualche misura testimoni, perché stiamo seguendo i suoi autori prima come docenti e poi come relatori di tesi nella costruzione di una tesi di laurea. Irene Trazzi e Alessandro Kosowski, studenti di TAG Trento, stanno lavorando a Conventional Magazine, un progetto editoriale che ha scelto l’ordinario come materia prima. Non per nostalgia, non per ironia: per convinzione.
Il numero zero si chiama The Waiting Room ed è esattamente quello che dice: una sala d’attesa digitale. Esplora i pavimenti delle poste, dei tribunali, degli ospedali e delle stazioni, con la stessa serietà con cui un giornale di architettura analizza un palazzo storico. Raccoglie rituali dell’attesa da Groenlandia, Giappone, Hong Kong, Argentina, Emirati (gesti piccoli, invisibili, che le persone fanno da secoli per sopportare il tempo morto). Racconta la storia del primo semaforo della storia (che esplose dopo un mese, uccidendo il poliziotto di turno) con la stessa cura con cui si racconta una battaglia napoleonica. Costruisce una galleria di scarabocchi psicologici (quei disegni involontari che la mano produce mentre la mente aspetta) e li trasforma in un archivio di chi siamo quando non stiamo cercando di impressionare nessuno. Il numero uno uscirà a settembre.
Nel frattempo, c’è la newsletter su Substack, che esce puntualmente ed è già il posto migliore per seguire il progetto mentre cresce. È lì che Irene e Alessandro stanno costruendo la comunità di lettori attorno all’idea, e vale la pena entrarci adesso, prima che la sala d’attesa si riempia. E poi ovviamente non poteva mancare Instagram, perché le persone vanno trovate anche dove, alla fine, ci sono proprio tutti (magari per portarli via da lì)
È un progetto editoriale che percorre come filosofia quello che descriviamo da tempo quando parliamo di qualità contro quantità. E come tutti i progetti che rompono gli schemi, ha bisogno di qualcosa di specifico: l’attenzione delle persone giuste. Non milioni di follower, ma persone sensibili (quelle che tra le lettrici e i lettori del Sunday Jumper ci sono sicuramente).





