Per iscriversi al World Press Photo bisogna consegnare i file come li ha scritti la macchina, e chi non ha il file raw deve mandare sette fotogrammi in fila (i tre prima dello scatto in gara, lo scatto, i tre dopo). Poi due analisti indipendenti (due, non uno) confrontano l’originale con quello che è stato iscritto. Le regole del 2026 definiscono per iscritto che cosa sia una fotografia:
“A photograph captures light on a sensor or film, it is a record of a physical moment.”
Una fotografia cattura luce su un sensore o su pellicola, è la registrazione di un momento fisico.
In nessun punto di quel regolamento compare C2PA, Coalition for Content Provenance and Authenticity, lo standard aperto che dal 2021 dovrebbe permettere a una fotocamera di firmare lo scatto mentre lo fa. La verifica del fotogiornalismo resta forense, manuale e interna: serve a decidere chi vince un premio, non a dire a chi guarda un’immagine sul telefono se quella cosa è successa.
Mentre scrivevamo “sette fotogrammi” ci è tornata in mente 7 Seconds, che Neneh Cherry e Youssou N’Dour hanno inciso nel 1994 e che lei ha rimesso nel suo album Man due anni dopo: in quel testo i sette secondi sono i primi attimi di vita di un bambino, prima che sappia qualcosa della violenza del mondo. Al fotogiornalismo ne servono sette per credere a un’immagine, e ci colpisce che la stessa manciata di istanti serva una volta a proteggere l’innocenza e una volta a dimostrare che una cosa è successa. Se volete, fatevi accompagnare da questo bel brano mentre leggete il resto di questo pezzo.
Poi il 9 settembre, con l’iPhone 18 Pro, è arrivata Apple Reference Image, e il 15 il documento tecnico che la spiega. Il sensore genera una chiave privata e non la rilascia mai; allo scatto firma i pixel grezzi insieme ai metadati e a due marche temporali (una consegnata dalle notifiche push ogni quarto d’ora circa, l’altra subito dopo lo scatto), e il firmware non può toccarli. Ne esce quello che Apple chiama un negativo digitale sicuro, che resta sul telefono a tempo indefinito. Per ottenere l’immagine verificabile il file va processato sui server di Private Cloud Compute, che ricontrollano la firma, risalgono la catena dei certificati e calcolano quanto quei pixel somiglino all’uscita di un sensore vero. Solo allora il file riceve la firma di Apple.
La differenza rispetto a C2PA la spiega Apple stessa: gli approcci basati su quello standard “attach provenance metadata after capture”, attaccano i metadati dopo lo scatto, e sono quindi “vulnerable to compromise at any point in the editing chain”, esposti a manomissione in qualunque punto della catena, con chi guarda che non ha modo di accorgersene. C2PA racconta la storia di un file, Apple attesta la nascita di un’immagine. La conseguenza pratica ci riguarda più della crittografia: la prova non viaggia con la copia che gira (la firma sta dentro il jpeg, e basta ricomprimerlo per farla sparire), però l’originale resta a chi ha scattato e si può processare di nuovo. È la garanzia che avevamo quando c’era il negativo, e che con il digitale abbiamo perso per strada.
Che lo standard aperto sia fermo, intanto, non lo diciamo noi. Il 4 settembre 2025 un collaboratore di Nikon Rumors che si firma Horshack ha dimostrato che con l’esposizione multipla della Z6III si poteva far firmare alla macchina un’immagine mai scattata (compresa un’immagine generata dall’intelligenza artificiale), e Nikon ha prima sospeso il servizio e poi revocato tutti i certificati emessi dal lancio, confermando che le credenziali già rilasciate “can no longer be used as proof of provenance”, non possono più essere usate come prova di provenienza e chi aveva firmato il proprio lavoro si è ritrovato con firme che non provavano più niente. Ad aprile l’Università del Maryland ha pubblicato la prima analisi indipendente delle specifiche (marche temporali sostituibili, revoche facoltative, validatori che si contraddicono) e ha concluso che lo standard non andrebbe ancora usato per il giornalismo o per le prove legali. Il 25 agosto David Buchanan ha falsificato credenziali valide su due smartphone Pixel, spiegando che non serve rubare la chiave perché basta chiedere al telefono di firmare quello che si vuole, e Google ha chiuso la segnalazione come “Won’t fix (infeasible)” (non verrà corretto, è infattibile), mentre i metadati, come ha misurato Tim Bray un anno fa, continuano a sparire al primo passaggio da un social o da un sistema editoriale.
E dove la tecnologia funziona, si compra. Leica l’ha messa sulla M11-P nell’ottobre 2023, prima al mondo; Sony l’ha portata nel 2024 sulle Alpha di punta, con una licenza a pagamento riservata all’epoca ad alcune testate, e Canon nel maggio 2026 su EOS R1 ed EOS R5 Mark II, anch’essa a pagamento e per le redazioni. In cinque anni la garanzia sulla verità di un’immagine è diventata un abbonamento per l’informazione, mentre chi fotografa un matrimonio, un prodotto o un corteo non ce l’ha.
Sull’altro versante il marchio invisibile corre: SynthID di Google DeepMind ha superato a maggio i cento miliardi di immagini e video contrassegnati, e ne avevamo scritto quando qualche mese fa. La differenza di velocità ha una data: dal 2 agosto 2026 l’articolo 50 dell’AI Act obbliga chi fornisce sistemi generativi a marcare i contenuti prodotti o manipolati. Marcare il contenuto sintetico è un obbligo di legge, certificare il vero è un’opzione commerciale, e agli obblighi si risponde prima.
Qui arriva la parte che ci fa domandare: ma le persone, almeno a parole, cosa dicono di voler sapere? Per Getty Images quasi il novanta per cento chiede che sia dichiarato quando un’immagine è generata, e il settantasei per cento è d’accordo con la frase “it’s getting to the point where I can’t tell if an image is real”, ovvero: siamo al punto in cui non riesco a capire se un’immagine è reale. Uno studio del 3 settembre parla di transparency penalty: in questo caso misurata sui testi, dove gli 81 partecipanti credevano a contenuti che apparivano fluidi e ben scritti e che invece erano falsi, e davano invece meno credito a un contenuto dichiaratamente prodotto dall’intelligenza artificiale anche quando era accurato. Sulle immagini la misura più vicina è un’altra ricerca, su 760 persone e su video brevi, dove le diciture ambigue del tipo “sospetto contenuto AI” non producono prudenza, ma fuga: chi le vede smette di guardare il contenuto. La domanda di autenticità è dichiarata altissima ed esercitata pochissimo, ed è legata alla paura più che a una richiesta oggettiva e nitida. Una paura non spinge forse ad aggiornare un firmware (che è ovviamente un costo) e nemmeno a spingere all’acquisto di una fotocamera nuova (e forse è tutto qui l’immobilismo dell’industria fotografica, impegnata più a sviluppare tecnologie e funzionalità più “vendibili”).
Intanto la fotografia digitale lavora nella direzione opposta, e basta leggere come Google descrive il Pixel 10, dove Best Take analizza fino a 150 fotogrammi e, quando nessuno è ideale, “automatically create[s] a Best Take composite photo where everyone looks their best”, cioè fabbrica una composizione in cui tutti vengono bene (una foto di un momento che non è mai esistito). Fred Ritchin, che di credibilità dell’immagine si occupa da prima di Photoshop, ha evidenziato la contraddizione: la stessa azienda che promuove le credenziali di provenienza vende gli strumenti che le eliminano, e l’obiettivo, scrive, non è che la fotografia sia un punto di riferimento credibile, ma i margini di profitto. La sua proposta sarebbe quella di ribaltare il bollino, etichettando le fotografie non modificate come si fa con il biologico, invece di spargere sospetto su tutto il resto.
Tutti parlano di pericolo e attaccano l’intelligenza artificiale come portatrice di falsità, mentre l’altra metà del ragionamento (la fotografia vera venduta come certificazione di verità, con un bollino e un prezzo) non la propone nessuno dei produttori. Perché? Forse perché la verità è meno bella della finzione, e un cielo vero un po’ “triste e piatto” vende meno di un cielo migliorato; forse perché il mercato delle immagini chiede da trent’anni di interpretare e non di descrivere, e ha imparato che la pura descrizione non paga. La risposta che troviamo più convincente è la terza: quello che si cerca non è la verità, è la verità che aggrada gli occhi, e la differenza fra le due nessuno ha ancora trovato il modo di farla pagare.
Nel 2010 ci chiedevamo se non fosse il caso di squalificare i giudici invece delle fotografie, nel 2019 che sui bollini di certificazione erano già stati consumati chilometri di inchiostro, nel 2021 ci domandavamo se il futuro dei fotografi non fosse quello di testimoni di verità. Sedici anni dopo il settore sta ancora limando i regolamenti dei concorsi e i criteri delle mostre, strumenti per chi è già dentro, mentre la tecnologia della testimonianza accertata (l’unica che parlerebbe a chi guarda, e non a chi giudica) la stanno costruendo una società che fa telefoni e una che fa motori di ricerca e intelligenza artificiale.
E allora torniamo a noi, ai professionisti dell’immagine, a voi che ci leggete e che ogni giorno consegnate fotografie a qualcuno che dovrà crederci. Questa settimana, invece di aspettare che qualcuno decida come sarà fatto il bollino, provate una cosa piccola: al prossimo lavoro che consegnate tenete il file originale e ditelo al cliente, scrivendo in chiaro che cosa è stato fatto sull’immagine e che cosa no. Non vale in tribunale, però è l’unica cosa che ci distingue da un generatore, ed è il solo modo per far capire a chi ci paga che la differenza esiste e ha un prezzo.



