L’AI si può rifiutare a parole. Il problema è che intanto la usiamo tutti, ogni giorno
Un esercizio di coerenza, gentile e non polemico, per chi si dice contrario all'intelligenza artificiale e ai data center in Italia e che merita di essere separato dal rifiuto simbolico dell'AI.
Capita sempre più spesso, ultimamente, di sentire qualcuno dichiararsi contrario all’intelligenza artificiale con la sicurezza di chi ha preso una posizione netta. Succede tra i più giovani, che vivono l’AI generativa come una minaccia diretta alla creatività o al lavoro che li aspetta, ma non solo loro: capita anche tra adulti, tra colleghi giornalisti, tra docenti, tra persone che di comunicazione e immagine vivono per mestiere. È una posizione legittima, sia chiaro: ognuno ha diritto alle proprie perplessità, e alcune sono più che fondate. Ma vale la pena fare un piccolo esercizio, quasi banale nella sua semplicità: chi dice di essere contro l’AI, cosa sta facendo concretamente per esserlo davvero?
Perché se l’obiezione è di principio (l’intelligenza artificiale come tale, non un suo uso specifico), la coerenza chiederebbe di smettere di usare Google, che dell’AI è protagonista assoluto e la infila ormai in ogni angolo dei propri prodotti, dal motore di ricerca a Gmail. Chiederebbe di abbandonare Android, che oltre ad essere un prodotto di Google (vedi sopra) su modelli di intelligenza artificiale costruisce buona parte della propria intelligenza quotidiana, dalla fotocamera al completamento automatico. Vorrebbe dire lasciare anche i prodotti Apple, per gli stessi identici motivi, e insieme a loro YouTube oppure Netflix, che selezionano, raccomandano e moderano contenuti attraverso sistemi addestrati su scala planetaria. Servirebbe smettere di scorrere TikTok, il cui algoritmo è esso stesso uno dei sistemi di AI più sofisticati mai costruiti per tenerci incollati allo schermo. Bisognerebbe rinunciare a Photoshop e al resto della suite Adobe, dove il machine learning ormai regge selezioni, ritocchi, generazione di contenuti. E infine servirebbe abbandonare Microsoft e i suoi sistemi operativi, che infilano Copilot in ogni angolo del pacchetto Office.
E non finisce qui, perché la lista potrebbe continuare a lungo: l’app della banca che segnala una transazione sospetta lo fa grazie a un modello di AI, il traduttore automatico che ci salva in una prenotazione all’estero, anche. Il filtro antispam della casella di posta, il sistema che decide quale prodotto mostrarci per primo su qualunque e-commerce, il servizio clienti che risponde prima di un umano, la piattaforma di streaming che ci consiglia la prossima serie, il navigatore che ricalcola il percorso in tempo reale: tutto questo, ormai, gira su intelligenza artificiale. Non lo scriviamo per smontare con sarcasmo chi si dichiara critico, e non è un esercizio pensato per “avere ragione” su qualcuno.
Lo scriviamo perché crediamo serva a mostrare un punto scomodo, che va detto con gentilezza, ma va detto: l’intelligenza artificiale non è più una tecnologia che si può scegliere di usare o non usare, come si sceglierebbe un elettrodomestico. È diventata l’infrastruttura invisibile che regge buona parte dei servizi digitali che usiamo ogni giorno, spesso senza nemmeno accorgercene. Essere “contro l’AI” oggi significa, quasi sempre, essere contro un’etichetta, non contro una pratica quotidiana da cui, a conti fatti, nessuno di noi si è davvero tirato fuori.
Questo non vuol dire che le preoccupazioni siano infondate, anzi. Ci sono temi veri, seri, che vanno affrontati con la serietà che meritano: la regolamentazione delle infrastrutture e dell’uso dei modelli, l’etica di sistemi che decidono al posto nostro, il controllo della privacy, la tutela dell’identità umana in un mondo dove distinguere un contenuto generato da uno autentico diventa ogni mese più difficile. Sono discussioni che meritano tempo, studio, anche dissenso vivace. Il problema non è discutere questi temi: è confondere la critica (a un uso, a un’azienda, a una scelta politica precisa) con un rifiuto totale e simbolico che, nei fatti, lascia tutto esattamente come sta, perché nessuno smette davvero di usare i prodotti in cui l’AI è già incorporata.
Questa distinzione tra critica seria e rifiuto simbolico si vede con chiarezza nella questione dei data center, che in Italia non è affatto un dibattito astratto o lontano: è già cronaca locale, ogni settimana. Secondo il Post, i data center attivi nel nostro Paese sono già circa 200, con altri 83 in arrivo nei prossimi anni, e la Lombardia ne ospita la quota più consistente (il 68 per cento della potenza installata a livello nazionale, concentrata soprattutto nella provincia di Milano). A Opera, alle porte di Milano, il progetto da 2 miliardi di euro proposto da EdgeConnex ha diviso la città: il Comune promette 400 posti di lavoro stabili, 2,1 milioni di euro di oneri, un terreno ceduto e la ristrutturazione del palazzetto dello sport, ma i cittadini (riuniti anche grazie a Legambiente) chiedono da mesi “chiarezza e trasparenza” su tempi e modalità, lamentando un percorso deciso in modo unilaterale.
Più a sud, nel Pavese, la situazione è persino più tesa. A Lacchiarella il Comitato Ciarlasco si è mobilitato contro il progetto della società Apto scoprendo, tra le altre cose, che l’iter non era mai stato reso pubblico come dovuto: il Ministero dell’Ambiente ha dovuto riaprire la procedura. Il nodo è simile a quello che si ripete in molti altri progetti italiani: generatori a gasolio di emergenza che, per i quantitativi di carburante stoccato, rischiano di far rientrare gli impianti nella direttiva Seveso sugli stabilimenti a rischio di incidente rilevante. A questo si aggiungono le “isole di calore” (uno studio citato dal comitato stima fino a 5 gradi in più nel raggio di due chilometri) e consumi elettrici tali da richiedere nuove sottostazioni Terna dedicate. A Borgarello, comune confinante, la sindaca Alberta Samuele si oppone a un secondo progetto a poche centinaia di metri dalle abitazioni, mentre a Zibido San Giacomo l’amministrazione comunale sta rallentando l’insediamento di un altro operatore, K2, chiedendo garanzie sull’area agricola coinvolta. La Lombardia, lo diciamo per completezza, è anche la prima regione italiana ad essersi dotata di una legge che prova a mettere ordine (favorendo le aree industriali dismesse rispetto ai terreni verdi), mentre una norma nazionale è ancora in discussione in Senato.
Ma c’è di più, e bisogna stare attenti a non confondere due cose diverse. Sam Altman ha definito la corsa globale ai data center “il più grande progetto industriale congiunto della storia”, con stime che parlano di quattromila-ottomila miliardi di dollari di investimenti nei prossimi cinque anni. È legittimo chiedersi congiunto in che senso, e chi siano davvero i congiunti: chi decide, chi guadagna, chi si prende il rischio ambientale e chi, come i cittadini di Opera o di Lacchiarella, resta a chiedere trasparenza da fuori il tavolo delle decisioni. Serve controllo pubblico vero, trasparenza sui consumi reali, pianificazione che guardi alla rete intera invece che al singolo cantiere alla volta, magari con quella distanza minima dalle abitazioni che oggi, in molte normative regionali, ancora manca. Ma concludere che i data center siano di per sé un male, e che quindi l’intelligenza artificiale vada frenata o rifiutata in blocco, è un altro discorso, e rischia di essere pigro tanto quanto le narrazioni che critica.
Perché c’è anche un altro tipo di dipendenza da mettere sul tavolo, meno visibile ma altrettanto concreta. Se non costruiamo, con criterio, con regole vere, con il consenso informato dei territori, le infrastrutture che faranno girare l’intelligenza artificiale, quelle infrastrutture le costruirà comunque qualcun altro, altrove, secondo priorità che non sono le nostre. Il controllo sui data center non è solo una questione di impatto ambientale locale, per quanto reale e da presidiare con serietà: è anche una questione di chi deciderà, nei prossimi vent’anni, i costi e la capacità produttiva su cui si baseranno intere economie, la nostra compresa: useremo, continueremo ad usare l’AI e la pagheremo molto di più (come già succede con l’energia elettrica). Restare fuori dalla partita non significa restare puliti, significa restare dipendenti dalle scelte, e dai capricci, di infrastrutture costruite altrove, con regole altrui, per interessi altrui.
Il punto, allora, non è schierarsi fra “pro” e “contro” l’intelligenza artificiale come fosse una tifoseria: è separare con lucidità le preoccupazioni legittime, quelle su speculazione finanziaria, impatti ambientali mal comunicati, mancanza di pianificazione, tutela della privacy e dei diritti, dal gesto simbolico di rifiutare a parole una tecnologia che, come dicevamo, nei fatti, usiamo già tutti i giorni attraverso Google, Android, Apple, YouTube, TikTok, Adobe e Microsoft, oltre che attraverso la banca, il traduttore e il navigatore che teniamo in tasca. L’intelligenza artificiale porta benefici concreti, verificabili, e proprio per questo meriterebbe di essere trattata come un bene comune da governare bene (e non abbiamo parlato di medicina, di ricerca scientifica, dove l’AI può portare speranza e futuro a molti che, altrimenti, non la avrebbero proprio). Non come un nemico da respingere a parole mentre, nella pratica di ogni giornata, continuiamo tutti quanti ad accedervi.


