Lo sguardo che torna a fermarsi: le storie visuali nell’epoca dello scroll infinito
Contro lo scroll infinito e le risposte automatiche dell'AI, cresce un pubblico che vuole leggere, guardare, fermarsi. Una storia illustrata uscita ieri sul Post lo racconta.
C’è una sensazione che probabilmente conoscete bene. Si apre Instagram, LinkedIn, TikTok, qualsiasi piattaforma, si scrolla per dieci minuti, e alla fine non resta in mente quasi niente. Decine di immagini, frasi, video, idee passano davanti agli occhi e poi scompaiono, sostituite dalla successiva, e dalla successiva ancora. Non è una mancanza di attenzione personale: è esattamente quello che gli algoritmi sono stati costruiti per produrre. Un flusso ininterrotto di stimoli brevi, tarati sulla velocità più che sulla profondità, dove l’unica metrica che conta davvero è il tempo che passate nell’app.
Questo modello - che ha dominato l’ultimo decennio dei media digitali - sta producendo un effetto strutturale che oggi è sotto gli occhi di tutti. I social hanno smesso di essere luoghi di proposta editoriale per diventare macchine di trend, in cui il contenuto stesso è progressivamente subordinato al formato che funziona meglio per l’algoritmo del momento. E mentre questa direzione si accentua, qualcosa cambia anche dall’altra parte dello schermo: il pubblico comincia a stancarsi.
Su questo scenario, l’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa ha aggiunto una pressione ulteriore, e in due direzioni opposte che è importante distinguere. La prima è la più evidente: l’AI rende straordinariamente facile produrre contenuti in quantità industriale. Quello che fino a poco tempo fa richiedeva ore - scrivere un post, generare un’immagine, montare un video - oggi si fa in pochi minuti, e se ne automatizza anche la pubblicazione. La conseguenza è che Instagram, LinkedIn e gli altri grandi feed si stanno riempiendo di volumi crescenti di materiale a bassa cura editoriale, dove la qualità media tende inevitabilmente verso il basso e la soglia di attenzione del lettore si abbassa di conseguenza, perché tutto si confonde con tutto.
Su un fronte diverso, e forse meno visibile, si muove invece l’altra trasformazione, quella legata all’AI come motore di ricerca. Sempre più persone non aprono più dieci link su Google: chiedono direttamente a ChatGPT, Perplexity o alla nuova interfaccia di ricerca AI di Google, e si fermano alla risposta sintetica che ricevono. È una risposta che attinge ai contenuti degli editori - quindi al lavoro fatto da chi scrive davvero - ma che spesso non rimanda più alla fonte, o lo fa in modo marginale. Il risultato è un crollo netto del traffico verso i siti, già documentato da diversi gruppi editoriali in tutto il mondo, che sta cambiando in profondità il modo in cui i media trovano il proprio pubblico.
Mettete insieme queste due dinamiche e capirete perché molti professionisti dei contenuti vivono in questi mesi una sensazione di vicolo cieco. Da una parte i social premiano la quantità superficiale, dall’altra l’AI intercetta il pubblico prima che arrivi al lavoro originale. La domanda quindi è: dov’è lo spazio per chi vuole costruire qualcosa che resti?
La risposta - quella che troviamo sempre più convincente - non sta nel fare guerra agli algoritmi sul loro stesso terreno, ma nello spostare il baricentro. I podcast crescono in modo continuativo da anni, soprattutto quelli a episodi lunghi, dove l’ascoltatore investe tempo deliberatamente. Le newsletter - questo Sunday Jumper compreso - trovano un pubblico sempre più attento, che apre, legge, salva, condivide, perché ha scelto consapevolmente di ricevere quel contenuto. E i media editoriali che hanno scommesso sulla qualità lunga, sui podcast, sull’audience che vuole approfondire, stanno costruendo qualcosa che gli algoritmi di TikTok semplicemente non sanno replicare: una relazione con il lettore che non passa dal feed ma dalla scelta diretta.
Su questo terreno, le immagini hanno un ruolo che merita attenzione. I modelli di intelligenza artificiale sono efficaci nel riassumere parole, nell’estrarre concetti dal testo, nel restituire una sintesi rapida di un articolo. Sono molto meno efficaci con storie costruite intrecciando immagini e testo in modo non separabile, dove il senso nasce dalla relazione tra figura e parola, dal ritmo visivo, dalla composizione della pagina. Una storia illustrata, una graphic novel, un long-form visivo non si lascia comprimere in tre righe di risposta automatica. Chi vuole capirla deve andare a leggerla. E proprio per questo attrae un pubblico più selezionato, magari più di nicchia, ma incomparabilmente più presente.
Vogliamo raccontarvi un esempio che ci riguarda da vicino, ed è una storia dentro un’altra storia. Rita Nadir Nicotra - una mia tesista, che ho seguito come relatore - ha sviluppato una tesi che parte dalla sua storia personale e la trasforma in un esperimento editoriale articolato in molti tasselli. Un articolo, una versione illustrata in HTML con interazioni, storie disegnate, un documento interattivo che mostra con immagini, parole e audio l’evoluzione delle leggi italiane sulla famiglia e sui ruoli genitoriali, un podcast, persino un dizionario cartaceo che propone parole nuove per categorie culturali ormai inadeguate. Una tesi pensata fin dall’inizio non come oggetto chiuso, ma come metodo: cercare spazi di ascolto diversi da quelli che il mercato dei media offre oggi.
Il primo tassello di questo percorso era già stato pubblicato da Il Post mesi fa, in una rubrica dedicata alle storie personali - un articolo dal titolo “Io e le mie madri” in cui Rita raccontava in forma scritta il proprio nucleo familiare e le domande che porta con sé (qui il pezzo originale). Già allora si vedeva la qualità della voce e la chiarezza del progetto narrativo. Ma è proprio ieri che è arrivato il tassello visivo, e lo ha accolto di nuovo lo stesso giornale: “Nati dallo stesso donatore”, una lunga tavola illustrata che racconta in immagini un pezzo successivo della sua storia, l’incontro a Parigi con un ragazzo e una ragazza che un test del DNA online le aveva indicato come fratelli, nati dallo stesso donatore. Non vi spoileriamo nulla: vale la pena guardarla e leggerla così come è stata costruita, perché è esattamente l’esempio di una storia che vive del suo ritmo visivo, dell’alternanza tra disegno e parola, del tempo che chiede a chi la sfoglia. Una storia che un riassunto generato da un’AI non potrebbe restituirvi.
Il fatto che sia uscita su Il Post non è secondario, e merita una riflessione. Il Post è oggi una delle realtà editoriali più vive in Italia, con una direzione molto chiara: contenuti gratuiti accessibili a tutti sul sito, abbonati che pagano per non vedere pubblicità (l’unico grande giornale online italiano a tenere insieme queste due cose) e una proposta in continua espansione tra podcast di grande seguito, newsletter, libri, eventi, prodotti editoriali complementari. È un modello che dimostra ogni giorno che si può fare informazione lunga e di qualità in un mercato che a parole sembra non volerne più. Non a caso, è anche il giornale che ha accolto il lavoro di Rita.
E qui torniamo a voi, ai professionisti dell’immagine che ci leggete, che siete il nostro interlocutore principale. Se il mercato in questo momento non vi sta chiedendo progetti così evoluti, così stratificati, così capaci di tenere insieme racconto, immagine e tempo di lettura, forse la strada non è aspettare che ve lo chiedano. Forse è proporli voi. Bussare a porte editoriali, a media attenti, a riviste e piattaforme che cercano qualcosa di diverso, con idee forti e progetti che aprano una breccia in un panorama che sembra andare nella direzione opposta. Non è romanticismo, bensì una scelta di posizionamento professionale, in un momento in cui chi sa fare storytelling visivo curato ha - paradossalmente - più spazio di quanto pensi.
Il nostro grazie a Il Post per il coraggio editoriale che continua a mettere nelle proprie scelte, e i nostri auguri grandi a Rita per un percorso che si è appena aperto e che ha già parecchie porte davanti. Lasciamo questa porta socchiusa anche per voi: là dietro c’è qualcuno che ancora vuole leggere, guardare, fermarsi. Spesso, è anche il pubblico più interessante con cui lavorare.


