Una delle cose che dobbiamo portare avanti, in un'era di cambiamenti, è quello che davvero vogliamo lasciare, in questo mondo, di noi stessi, prima di tutto, e poi di quello che facciamo o abbiamo fatto.
Lo capiamo bene, è un momento difficile, il cambiamento è così forte che non sembra lasciare tregua, e - ve lo possiamo garantire - noi stessi che ci alimentiamo di innovazione, facciamo fatica, eppure abbiamo strumenti che ci permettono di monitorare e addirittura anticipare il futuro: ma è faticoso. Però non possiamo dare la colpa all'innovazione, non possiamo dire a noi stessi (e alle persone che ci stanno accanto, ai figli, agli studenti, a quelli che in qualche modo possiamo orientare, anche solo con un’opinione) che il mondo fa schifo solo perché non lo sappiamo più interpretare.
Ieri ero in una piazza famosa vicino a casa, ma non una piazza centrale, ed è apparsa una manifestazione di studenti: ordinata, con le mani alzate per mostrare che non c'era alcun segno di violenza, ma il grande supermercato appena aperto e luminoso, per scelta del suo manager, ha deciso che quello era un pericolo, e ha chiuso. Ovviamente, considerando quello che è successo lo scorso fine settimana, è comprensibile come azione e come responsabilità, ma quello che è successo è che sono stato per una decina di minuti fuori dal supermercato attendendone la riapertura e ho sentito parlare le persone. Anziani (come se io fossi un ragazzino…) che inveivano contro "quella gente", senza capire che potevano essere i loro figli o nipoti e che stavano chiedendo attenzione, non rompendo o saccheggiando. Ragazzi che, con cortesia e anche con parole sensate, provavano a mostrare la visione meno "chiusa" di quella situazione, senza perdere la pazienza, signore che erano anche loro, sebbene non giovani, dalla parte di quella "manifestazione". Certo, chissà a cosa serve, dire "che il carovita non è accettabile", non è un progetto, non è una richiesta specifica... è dire: non è giusto. Ed è vero, non è giusto, a prescindere dall'opinione dell'anziano poco aperto di vedute che diceva: "ma se io ho una casa, voglio avere il diritto di affittarla alla cifra che voglio". Certo, fino al momento in cui forse siamo parte di un insieme e non siamo singoli egoisti che dobbiamo pensare solo a noi. Se quello che abbiamo attorno non funziona, i diritti si scontrano con un malcontento che poi si traduce in un vivere male tutti. Sì, è romanticismo, ma mi ha portato a simpatizzare, anche senza commenti (erano inutili), con quei ragazzi che dicevano di volere attenzione e cercavano di far sapere che il sistema non era giusto.
Ho visto e sentito poi anche invece i ragazzi (ragazzini) che la settimana scorsa venivano intervistati da sedicenti giornalisti o influencer, che davano motivazioni di una rivolta che nemmeno riuscivano ad esprimere a parole, e che trovavano giusta la devastazione perché "tanto alle multinazionali cosa cambia" e che era "giusto attaccare il sistema" (rubando magliette e borse più o meno firmate... certo: questo portava ad un equilibrio sociale...). Pensieri vuoti, voglia di mostrarsi per poter guadagnare visibilità sui social, di provare ad essere grandi, rimanendo tanto tanto piccoli. Ma tutto questo non c'entra con quello che vogliamo dire e nemmeno con il ruolo di questo spazio editoriale. Parlare di situazioni sociali ci compete (sempre che ci sia concesso) per inquadrare tematiche più legate al nostro mondo professionale, ma il collegamento arriva dal fatto che la stessa mancanza di dialogo, di apertura, lo stesso approccio polarizzato (si sta da un lato o dall'altro, e chi non sta dalla nostra parte finisce coll'essere alla nostra vista un idiota o, peggio, un nemico) lo viviamo ovunque.
Abbiamo appena letto un post di un graphic designer di una certa età che "ha chiuso bottega", e la motivazione è ovviamente quella che "ormai la competenza non vale più, e che la professionalità non viene più riconosciuta, e che i ruoli professionali non vengono più rispettati". Poi uno va a vedere i suoi lavori, e si accorge che il sito è autoprodotto con sistemi che evidentemente hanno sostituito dei veri professionisti del web, ma questo va bene (se eliminiamo la professionalità degli altri va bene, se toccano la nostra è una offesa da lavare con il sangue), e sotto commenti di tanti che gli danno ragione, e che usano lo stesso approccio: la colpa è sempre degli altri, che non capiscono, che non comprendono, che non rispettano, che non riconoscono la professionalità. Succede, ma succede anche che ci sono professionisti che non si aggiornano, che non cercano di sposare l'innovazione, che trovano meno faticoso stare fermi rispetto al cambiare, allo studiare, al guardare oltre. Costa meno dire che il mondo non funziona, piuttosto che provare a cambiarlo e - ancor di più - a cambiare.
Altro esempio, una bravissima creativa del mondo dell'AI, Tatiana Tsiguleva, ha scritto un post, sempre su LinkedIn (questo) dove dice:
«L'AI ucciderà il design.»
Ma state scherzando? È un rinascimento.
Riuscite a vedere le due direzioni potenti che sta aprendo?
Una in cui il mestiere conta più che mai.
E un'altra in cui i linguaggi creativi si fondono tra loro. C'è chi progetta letteralmente con il codice. Si creano immagini a partire dalle parole, si fanno ballare i pixel, si usa la musica per guidare l'animazione. Si trasformano le immagini in codice, il codice in video e i pensieri in strumenti.
E sotto decine di commenti che sostanzialmente le buttano fango addosso, con una saccenza che nemmeno prende in considerazione che la persona che scrive è probabilmente mille volte più creativa, sensibile e capace di chi commenta, nessuno va a verificare che prima di essere ambassador creativa per aziende dalla dimensione stellare come Perplexity e prima di diventare un nome su Midjourney ha passato quindici anni a progettare prodotti digitali, ha guidato il design di una startup che ha raccolto un round Series B ed è stata anche product manager. La sua forza nello «stile» viene da lì, non da una formazione da illustratrice. Per quale motivo viene insultata? Perché usa l'intelligenza artificiale e le persone (molte) hanno deciso che l'AI fa schifo, che è sempre e solo AI slop. Poco importa se da sempre gli esseri umani hanno - in gran parte - fatto schifezze estraendole dalla loro testa, dalle loro mani, da oggetti fisici: testi che fanno schifo, film orribili, fotografie insulse, disegni brutti e prodotti di artigianato privi di valore. Sono e siamo lontani dal difendere l'AI se non è di qualità, ma siamo totalmente schierati sul fatto che qualsiasi artefatto creativo proviene dalla mente umana e non dallo strumento. Chi dice il contrario semplicemente ha deciso di nascondere a se stesso/a la verità e allora è inutile provare a discuterci. Chi poi pensa che "basta un prompt per fare qualcosa con l'AI" confonde ancora una volta il "fare" con "il fare bene", il subire il primo risultato che capita e il dirigere un risultato desiderato, immaginato, ricercato.
Così come nelle strade, così come nei dibattiti sui social, così nelle piazze e nei salotti dei benpensanti, quello che manca è la volontà di ascoltare, di mettersi in dubbio, di stupirsi. La maggior parte insiste a credere di "sapere", di "avere ragione", di "non avere dubbi", e sono invece tre sfaccettature e tre competenze (skills, si dice in gergo AI) fondamentali per affrontare con successo un futuro che ci lascia come umani proprio questo per differenziarci dalla perfezione delle macchine:
sapere di non sapere
mettere in dubbio quello che pensiamo
avere dubbi.
L'unica skill umana che sembra mantenersi al massimo della sua potenzialità (anche questa ci differenzia dalle macchine, ma non è positiva), è la paura. Chi parla e non ascolta, chi non accetta il nuovo, chi contrasta altre opinioni che mettono in dubbio il proprio credo... non si dimostra coraggioso e spavaldo (diciamolo ai ragazzetti che spaccavano i vetri in centro a Milano), solo spaventato, ed incapace di reagire se non provando ad urlare, a tirare calci, a rompere, a provare a distruggere.


