Una finestra sul cortile, ed è cambiato tutto. Oggi la storia si ripete
Il bicentenario della fotografia, Baudelaire che ha perso più di una occasione per stare zitto, e la lezione che serve per guardare all’intelligenza artificiale senza paura
Nel 1826, o forse nel 1827 (la data esatta si è persa tra le pieghe della storia, e ci torneremo), Nicéphore Niépce inquadrò la finestra della sua proprietà a Saint-Loup-de-Varennes, vicino a Chalon-sur-Saône, e lasciò che la luce facesse il suo lavoro per ore, forse per giorni. Ne uscì “Veduta dalla finestra a Le Gras”: un tetto, un cortile, un pezzo di cielo, fissati per sempre su una superficie. È la prima immagine fotografica permanente della storia, ed è un’immagine imperfetta, sfocata, quasi illeggibile a un primo sguardo. Ma è lì che è iniziato tutto.
Niépce non datò mai quella lastra, e per decenni la si credette perduta, fu ritrovata solo nel 1952 dallo storico Helmut Gernsheim, che analizzando le ombre proiettate sulle superfici e confrontandole con la corrispondenza di Niépce la collocò nel 1826. Lo stesso Gernsheim, però, rivide in seguito la propria datazione: nella terza edizione del 1982 del suo “The Origins of Photography” accettò la tesi di Harmant e Marillier, che collocavano lo scatto tra il 4 giugno e il 18 luglio del 1827, e oggi è proprio questa la data che l’Harry Ransom Center dell’Università del Texas ad Austin (dove è conservato l’originale) e il J. Paul Getty Museum considerano più accreditata. A rigore, il vero bicentenario cadrebbe nel 2027, non nel 2026, ma le celebrazioni sono comunque partite quest’anno, perché il 1826 resta la data con cui la maggior parte di noi ha imparato questa storia, ed è giusto festeggiare adesso: due secoli di un’invenzione che ha cambiato il modo in cui l’umanità guarda se stessa meritano di essere celebrati, che la lastra sia stata esposta un anno prima o un anno dopo.
Vale la pena spendere due righe sul come, perché è un dettaglio che racconta bene la fatica di quel primo scatto. Niépce sciolse del bitume di Giudea, una resina naturale che indurisce se esposta alla luce, in olio di lavanda, e ne stese un sottile strato su una lastra di peltro lucidata. Inserì la lastra nella camera oscura puntata verso la finestra del suo studio e la lasciò lì, esposta al sole, per circa otto ore secondo le stime più accreditate (anche se in passato si è parlato di tempi più lunghi, persino giorni). Alla fine lavò la lastra con essenza di trementina: il bitume indurito dalla luce nelle zone più illuminate restò attaccato al metallo, mentre quello rimasto molle nelle ombre si sciolse via, lasciando affiorare l’immagine. Niente pellicola, niente carta, niente vetro: solo un metallo lucidato, una resina vegetale e otto ore di luce.
Ed è per questo margine di incertezza che si festeggia il bicentenario proprio ora: non dal 1839, quando Louis Daguerre (socio di Niépce, morto nel 1833, tre anni prima di vedere il proprio metodo diventare di dominio pubblico) presentò il dagherrotipo all’Accademia delle Scienze di Parigi, ma da quel primo, faticosissimo scatto che all’epoca nessuno sapeva ancora come chiamare.
Le celebrazioni, intanto, sono già iniziate e continueranno per tutto l’anno. In Francia, che resta il fulcro simbolico di questa storia, il Ministero della Cultura ha lanciato il programma ufficiale del bicentenario, con oltre 180 progetti selezionati che potranno fregiarsi del marchio nazionale: il grosso parte da settembre 2026 tra mostre dedicate a Gisèle Freund al Jeu de Paume di Parigi, a Robert Capa al Musée de la Libération e l’annuncio, ad Arles, di un nuovo museo nazionale della Fotografia. L’Italia, però, quest’anno non sta certo a guardare: Fotografia Europea a Reggio Emilia ha dedicato la sua ventunesima edizione proprio ai duecento anni dall’invenzione di Niépce, dal 30 aprile al 14 giugno, mentre a Torino l’Exposed Photo Festival ha portato avanti la sua terza edizione dal 9 aprile al 2 giugno. A Milano il Mudec ha ospitato fino al 28 giugno “100 fotografie per ereditare il mondo”, curata da Denis Curti, a Siracusa si è appena chiusa la summer school “La luce custodita” organizzata con CAMERA di Torino, e chi vuole allungare la celebrazione fino all’autunno può guardare a Cortona On The Move, dal 16 luglio al 1 novembre, con la nuova direzione artistica di Renata Ferri.
Torniamo però al punto che ci può interessare di più, quello che lega questi duecento anni a oggi. Quando la fotografia arrivò, non fu accolta da molti con entusiasmo unanime: fu vissuta, da una parte consistente del mondo dell’arte, come una minaccia esistenziale. Il caso più clamoroso, ed è qui che le cose diventano interessanti per il parallelo con l’AI, è quello di Charles Baudelaire, uno dei più grandi intellettuali del suo secolo, che nel Salon del 1859 scrisse un testo durissimo intitolato “Le public moderne et la photographie”. Baudelaire non usava mezzi termini: definiva l’industria fotografica:
“il rifugio di tutti i pittori falliti, troppo pigri o poco dotati per completare i propri studi”
e sosteneva che, irrompendo nel campo dell’arte, la fotografia ne diventasse “la più mortale nemica”. Arrivò a scrivere che “un Dio vendicatore esaudì i voti di questa moltitudine. Daguerre fu il suo Messia”, descrivendo l’entusiasmo collettivo per la nuova tecnica come una forma di follia narcisistica di massa. Concedeva alla fotografia un solo ruolo accettabile, quello di restare:
“l’umilissima serva delle scienze e delle arti”: buona per archivi, cataloghi, album di viaggio, mai per l’invenzione, mai per l’anima.
Oggi queste frasi suonano prive di alcun senso, lette con gli occhi di chi sa come è andata a finire. La fotografia non ha ucciso l’arte: ha spinto la pittura altrove, verso l’Impressionismo, verso tutto ciò che una lastra fotografica non poteva ancora catturare (la luce che cambia, la sensazione soggettiva, il gesto). E soprattutto, in termini molto pratici, ha spinto migliaia di pittori (i miniaturisti che vivevano di ritratti su avorio, per esempio, la cui categoria in Francia si ridusse drasticamente nel giro di pochi anni dal 1839) a spostarsi su altre forme, altre specializzazioni, altri usi della propria manualità. Nessuno di loro ha smesso di essere un artista, semmai ha smesso di fare una cosa, e ne ha trovata un’altra.
Questo è esattamente il parallelo che ci interessa con l’intelligenza artificiale generativa, oggi: c’è chi si sente escluso, chi teme di perdere non solo un ruolo economico ma qualcosa che ama profondamente, e capiamo perfettamente questa paura: è la stessa, identica paura che attraversò i pittori accademici francesi a metà Ottocento. C’è anche chi accusa l’AI di essere semplicemente una macchina che copia (anche se tecnicamente non è corretto: la macchina ha imparato, e come l’umano ricalca e reinventa qualcosa che ha visto), ma in tanti casi, va detto con onestà, è proprio così, ma non per colpa della macchina ma a causa degli umani che la usano in modo semplicistico: succede soprattutto quando chi si avvicina a questo nuovo linguaggio si concentra sul “rifare” quello che sapeva già fare (o non sapeva fare) con un altro mezzo, la fotografia appunto, invece di cercare cosa questo nuovo strumento sappia fare che nessun altro mezzo ha mai saputo fare prima. Ma siamo solo agli inizi: sono tre, forse quattro anni che si sperimenta seriamente con questi strumenti, e non è niente, in termini di tempo storico. Ci sono già esperienze professionali e artistiche che stanno cercando e trovando linguaggi davvero nuovi, ma comunque non abbiamo ancora visto nulla di quello che arriverà.
Il mondo va avanti, per quanto a volte non ci piaccia, e in moltissime cose oggi è meglio di ieri. Chi si è trovato al confine tra un’epoca e l’altra della nostra cultura ha sempre provato, in qualche modo, a fermare l’onda: è comprensibile, ma non è mai stato possibile, e non è mai stato nemmeno sensato. Le celebrazioni di questo bicentenario, viste così, non sono solo un omaggio nostalgico a Niépce e alla sua lastra imperfetta: sono anche uno stimolo a fare oggi quello che allora fecero, senza saperlo, i pittori spaventati dal dagherrotipo. Sperimentare, capire, trovare la propria strada dentro il cambiamento, invece di restare fermi a difendere un confine che comunque si sposterà. Non per dimenticare quello che si ama, ma per non chiudersi dentro la paura di perderlo.




