Wired, Hoepli, un podcast da 200 milioni. Chi coltiva la cultura che l’AI divora?
Tre fatti, in poche settimane, raccontano una contraddizione che riguarda tutti. Il sapere e il pensiero critico sono la risorsa più preziosa proprio ora, in Italia sembrano invece una spesa inutile.
In poche settimane, tre fatti che sembrano separati, eppure si parlano tra loro con una chiarezza quasi inquietante. Il 16 aprile Condé Nast comunica alla redazione di Wired Italia, dieci minuti prima del comunicato pubblico, che la testata chiuderà. Nata nel 2009 sull’onda lunga della Wired americana (e di quella inglese, che nel frattempo ha già rinunciato al cartaceo per diventare trimestrale digitale), per diciassette anni ha raccontato tecnologia, cultura digitale e innovazione a un pubblico che in Italia non era affatto scontato esistesse. La motivazione ufficiale è la solita, quella che in editoria funziona come una scomunica: non è più redditizia. Meno dell’uno per cento del fatturato del gruppo, spiega l’amministratore delegato Roger Lynch.
Qualche settimana prima, il 10 marzo, l’assemblea dei soci della Hoepli di Milano ha deliberato la liquidazione volontaria. La libreria di via Hoepli, quattro piani, duecentomila volumi, una casa editrice storica (aperta nel 1870 dall’immigrato svizzero Ulrico Hoepli, che ha dato il nome alla via) che per generazioni ha rappresentato il punto di riferimento per chiunque cercasse libri di arte, fotografia, design, grafica, architettura e saggistica tecnica e innovativa. Ottantanove dipendenti, un patrimonio culturale che ha attraversato tre secoli. Le motivazioni ufficiali parlano di “performance del mercato editoriale” e di un conflitto familiare irrisolvibile tra due rami della proprietà; dietro si intravedono appetiti immobiliari e una certa stanchezza di quella borghesia milanese che della cultura sembrava aver fatto un pilastro, e che forse non ci crede più davvero. Chi lavora nel mondo dell’immagine e della grafica sa cosa significa. Significa perdere un luogo fisico dove si potevano sfogliare volumi che altrove non esistevano, dove si faceva lavoro di scoperta, dove si entrava con un’idea e si usciva con tre idee nuove.
Parallelamente, oltreoceano, una notizia dal segno opposto. All’inizio di aprile OpenAI ha annunciato la sua prima acquisizione di una media company: TBPN, un podcast tecnologico nato appena nel 2025, con 58.000 iscritti su YouTube. Cifra stimata dal Financial Times e confermata da alcune newsletter del settore: circa 200 milioni di dollari. Il podcast continuerà a raccontare la Silicon Valley come ha fatto finora, ma risponderà al chief global affairs officer di OpenAI, Chris Lehane. Nessuno ha bisogno di tradurre cosa significhi: le aziende dell’AI hanno capito prima degli altri che la rivoluzione in corso non si vince sui parametri dei modelli, si vince sulla narrazione, si vince occupando lo spazio in cui quella rivoluzione viene raccontata, interpretata, legittimata.
Tre fatti e una contraddizione.
Da un lato si spengono luoghi e testate che per decenni hanno prodotto cultura, sapere, pensiero critico. Dall’altro le aziende che stanno costruendo l’intelligenza artificiale pagano cifre enormi per comprare media, per produrre narrazione, per plasmare l’opinione. E qui arriviamo al paradosso più interessante del momento che viviamo. L’AI, nell’immaginario collettivo, è la macchina che sa tutto, che ha già dentro di sé l’intera cultura umana, che può rispondere a qualsiasi domanda. In realtà la situazione è quasi opposta. L’intelligenza artificiale ha una fame costante e crescente di sapere umano di alta qualità. Di dati freschi, di opinioni nuove, di visioni originali, di ricerca, di critica, di libri scritti da persone che hanno ancora qualcosa da dire perché hanno qualcosa da pensare. Senza questo flusso, la sua evoluzione diventa sterile: si ripete, collassa sui propri output, produce quella nebbia omogenea e piatta che già inizia a riconoscere chiunque lavori ogni giorno con questi strumenti.
L’Italia, in questo momento, sembra non aver capito bene il gioco. Si investe poco nella cultura, si lasciano morire istituzioni che sarebbero state definite strategiche se solo fossero state aziende di difesa o infrastrutture digitali. La cultura viene trattata come una spesa, non come l’infrastruttura che rende possibile tutto il resto. E questa è la parte che ci colpisce di più come autori del Sunday Jumper, perché parliamo a fotografi, creativi e professionisti dell’immagine, persone il cui mestiere poggia interamente sulla capacità di vedere prima degli altri, di collegare, di sintetizzare un’idea che non c’era un momento prima. Quella capacità non si compra in un abbonamento AI e non si scarica come un plugin. Si costruisce frequentando mostre, dibattiti, librerie come Hoepli, riviste come Wired Italia. Quando questi luoghi chiudono, chi resta sul mercato a produrre immagini e pensiero si ritrova con meno attrezzi, meno riferimenti, meno contesto.
Ora, se guardiamo a quello che sta succedendo con occhi pragmatici, viene da fare una domanda semplice. Perché nessuno, in Italia, si è fatto avanti per rilevare Hoepli? Non per conservarla come un museo, lo diciamo subito, ma per rilanciarla. Immaginiamola per un attimo come un faro di cultura concreta, pratica, democratica e progressista. Un luogo fisico in centro a Milano che funzioni anche come spazio digitale, un archivio che dialoghi con modelli di AI addestrati su contenuti di qualità, una casa editrice che produca saggistica pensata per i prossimi vent’anni invece che per i prossimi sei mesi, un punto di riferimento per chi deve educare se stesso e i propri figli a un pensiero che non sia soltanto consumo passivo di contenuti. Il capitale c’è, in Italia e all’estero, e c’è sicuramente anche in quelle stesse aziende dell’AI che tra poco si accorgeranno di quanto sia prezioso avere un partner culturale europeo capace di garantire un flusso continuo di sapere di qualità. Sarebbe un’operazione industriale, prima ancora che filantropica.
Facciamo un passo indietro e guardiamo al quadro più grande. La domanda che il Sunday Jumper si pone questa settimana è se davvero possiamo permetterci di lasciar morire i luoghi della cultura proprio mentre la più grande rivoluzione tecnologica della nostra vita ha bisogno di quegli stessi luoghi per evolvere senza inaridirsi. La risposta, per noi, è no. Gli investimenti sulla cultura vanno potenziati, non ridimensionati. Non una cultura per pochi, non quella da salotto bene che in Italia ha spesso allontanato le persone invece di avvicinarle, ma un sapere diffuso, allenato al pensiero critico, accessibile. Perché questo è lo spazio in cui gli esseri umani, e i creativi in particolare, possono ancora costruire valore: un’identità che sa guardare oltre le macchine, un pensiero che si interroga invece di limitarsi a rispondere, una visione che nasce dal frequentare cose che stanno fuori dagli schermi. È forse la cosa principale che dovremmo fare, adesso. E forse qualcuno, tra editori, fondazioni, investitori, istituzioni e aziende dell’AI, dovrebbe davvero pensarci seriamente. La finestra non resterà aperta a lungo.


