È una notizia di cui hanno parlato in molti, e noi tra i primi, nella newsletter riservata agli abbonati di Aiway Magazine: un software engineer, Brandon Thomas, ha pubblicato con il nome di ArtCraft delle versioni gratuite e open source ispirate ai sette programmi di Adobe: Photoshop, Illustrator, Premiere, Lightroom, Acrobat, After Effects e InDesign, per Mac, Windows e Linux. Le ha scritte in Rust, un linguaggio di programmazione, facendosi aiutare da Claude Opus 5.5, e tiene a precisare di non essere un dilettante che "chiede e spera": ha quindici anni di mestiere alle spalle. Il programma che sostituisce Photoshop si chiama PhotoCraft e a Photoshop assomiglia parecchio; quello che sostituisce Premiere è quasi identico. Thomas dice di voler arrivare alla «piena parità di funzioni» con Adobe «entro un mese». Il tutto, al momento, è in versione alfa.
Se avete seguito il corso Makers, questa notizia non vi sorprende, perché è esattamente quello che vi abbiamo mostrato: con l'AI uno strumento su misura non si commissiona più, si costruisce, e noi lo abbiamo fatto con un plugin per Photoshop e con lo Style Creator che vi abbiamo regalato domenica scorsa. Di proposte che usano questa tecnica ne girano già tante, alcune molto serie e altre meno. Questa però non rifà una funzione che manca, rifà tutta la suite. Ed è per questo che vale la pena fermarsi a ragionare, non tanto su Adobe, quanto su dove sta andando il mercato del software e, con lui, il nostro lavoro.
Prima, però, qualche paletto.
Il 7 ottobre, il giorno in cui la notizia è arrivata sulle testate internazionali, le azioni di Adobe hanno chiuso a 232,77 dollari, il 2,25% in meno del giorno prima, dopo essere scese durante la seduta fino a 227 (quasi il 5% sotto la chiusura precedente). È un segnale da non ignorare. Ma guardate cosa è successo dopo: l'8 ottobre il titolo ha recuperato il 3,56%, e venerdì 9 ha chiuso a 242,27 dollari, più in alto di dove era prima della notizia.
Se allarghiamo lo sguardo a un mese, Adobe ha perso il 4,9%, ma la discesa era cominciata ben prima di ArtCraft: il 4 settembre il titolo aveva perso il 6,73% in un giorno solo, il 22 settembre il 4,52%. E su sei mesi è addirittura in crescita del 5,4%, con oscillazioni molto più ampie di questa (a fine giugno era sceso sotto i 195 dollari).
Il giorno della notizia, quindi, si vede bene; nel mese si confonde con altro; nei sei mesi quasi sparisce. È il genere di dato che i media usano per fare titoli («Adobe in difficoltà», abbiamo letto...): non serve il sensazionalismo, serve l'attenzione ai segnali. Adobe non perderà il suo business in un giorno, e nemmeno in un anno, per un'alfa pubblicata su GitHub. Dentro uno studio professionale contano la precisione del colore, la calibrazione, la compatibilità con i file dei clienti, i plugin, l'assistenza, e tutto questo non si rifà in un mese: la parità delle funzioni non è la parità di stabilità e prestazioni.
Poi c'è la questione legale, che non è un dettaglio. Si parla di «clean-room reimplementation», cioè di un rifacimento che ricostruisce come funziona un programma senza toccarne il codice protetto. È una formula nota nell'industria, ma Adobe possiede migliaia di brevetti, e si possono brevettare anche l'aspetto di un'interfaccia e il modo in cui funziona uno strumento. Copiare un software, insomma, porta con buona probabilità in tribunale. E in uno dei commenti che più sono girati su LinkedIn, un designer si chiedeva se ci si possa fidare di un programma scritto da chi pensa che copyright voglia dire "diritto di copiare" (e no, non è così).
Copiare no, quindi, ma la domanda che ci interessa è un'altra: che senso ha copiare?
Rifare Photoshop vuol dire rifare i suoi menu, i suoi sottomenu, i suoi pannelli, cioè l'interfaccia che milioni di persone conoscono a memoria e che per trent'anni è stata la porta per entrare nel lavoro sulle immagini. È una porta che funziona, ed è proprio questo il punto: chi la usa da anni non vuole che cambi, e chi vende il software non la può cambiare senza perdere utenti. È il perimetro dentro il quale le aziende si trovano a muoversi e che, con il tempo (non domani, con il tempo), potrebbe diventare il loro problema più grande. Una copia, per quanto gratuita, si chiude nello stesso perimetro (e, detto con sincerità, come soluzione è anche piuttosto brutta).
Le interfacce stanno però cambiando, e sempre meno abbiamo più bisogno di menu e sottomenu: abbiamo bisogno di conversazioni. Ne abbiamo parlato più volte, da quando a maggio vi raccontavamo che Claude poteva comandare Photoshop in linguaggio naturale. Il post più condiviso su ArtCraft, del resto, non parlava del prezzo ma del fatto che dentro i programmi c'è un motore con cui un agente AI può parlare direttamente, senza passare da nessun menu: l'interfaccia grafica, scriveva l'autore, è sempre stata un traduttore per gli esseri umani, e gli agenti non ne hanno bisogno.
Domani ne parleremo al seminario di CNA Padova e Rovigo Dal fare al dirigere. La comunicazione nell'era dell'intelligenza artificiale, dalle 17 alle 18.30 al Fenice Green Energy Park di Padova (Lungargine Rovetta 28), con ingresso gratuito e iscrizione dalla pagina dell'evento. È dedicato ad agenzie di comunicazione, fotografi e professionisti che lavorano con le immagini. Vi mostreremo come le interfacce stanno raggiungendo la fantasia dei film e delle serie tv degli anni Settanta e Ottanta, quelle in cui si parlava al computer e il computer faceva. Allora era fantascienza, oggi è uno strumento di lavoro e il messaggio è proprio questo: non serve (anzi, è contro tendenza e contro la logica evolutiva) copiare un software, serve capire che si può andare oltre.
C'è poi una seconda ragione per cui la notizia è stata accolta con tanto entusiasmo, ed è la speranza di non dover più pagare il software. Di prezzo di Photoshop avevamo parlato in quello che forse è stato il link del SundayJumper di maggior successo in assoluto sui motori di ricerca da anni, anche grazie alla provocazione del titolo: E ora basta! Smettiamola di comprare Photoshop! Era il 12 maggio 2013. Era anche il momento in cui Adobe faceva sparire «le scatole» e nasceva la Creative Cloud: Photoshop non si comprava più, si cominciava ad usarlo in abbonamento. Tredici anni dopo la domanda non è più se comprarlo o affittarlo, e il problema, comunque, non è il prezzo. È che il software sta diventando una commodity, una merce che rischia di valere sempre meno, e quando il programma in sé vale poco, quello che conta è la porta da cui si entra: che cosa ha senso offrire come ingresso. Le persone, sempre di più, non chiedono un programma con più funzioni: chiedono automatismi e sistemi basati sull'AI. E un'AI non ha bisogno delle porte di software esterni, perché molte cose le può fare lei direttamente.
Lo si vede già nei programmi da ufficio, dove il cambiamento è ancora più veloce (sta per uscire su corsi.jumper.it un corso dedicato proprio a questo, AI in ufficio (per Freelance e PMI), e lo abbiamo rimandato di qualche settimana perché in queste settimane il panorama sta cambiando di nuovo, e vogliamo che sia aggiornato quando lo vedrete). E lo vediamo nel nostro lavoro: quasi tutto quello che facevamo con Photoshop, Illustrator e Lightroom lo abbiamo spostato sull'AI. Attenzione, però: gran parte di questi lavori l'AI li gestisce richiamando librerie e strumenti open source, che usa senza consumare token, cioè di fatto gratis. L'AI decide cosa fare e come, e il lavoro pesante lo fanno strumenti che esistono da anni e non costano niente.
E allora che cosa serve? Non una Creative Cloud copiata, ma un modo nuovo di guardare a come lavoriamo, in cui il programma smette di essere il luogo dove si passa la giornata e diventa uno dei tanti attrezzi che qualcuno (un agente, guidato da voi) prende in mano quando serve. È quello che insegniamo, ed è il motivo per cui nel corso Makers non vi abbiamo insegnato a usare meglio un software, ma a costruire quello che vi serve e a dirigere chi lo costruisce.
E allora torniamo a noi, a chi fa questo mestiere, a voi che ci leggete. Provate a pensare all'ultima giornata passata davanti a Photoshop o a Lightroom, e chiedetevi quante delle cose che avete fatto erano scelte vostre (questo colore, questo taglio, questa luce) e quante invece erano passaggi per arrivarci, menu da aprire, pannelli da ritrovare, operazioni ripetute. Le prime sono il vostro mestiere. Le seconde sono la porta, e la porta sta cambiando.
In definitiva...
Vogliamo che riflettiate, per individuare il vostro nuovo modo di lavorare. Nel nostro piccolo, ci stiamo provando a mostrarvi la strada. Il corso Makers è sulla nostra piattaforma corsi.jumper.it, con la registrazione, le skill, la documentazione e la versione Photoshop dello Style Creator. La piattaforma fa parte dell'abbonamento ad Aiway Magazine LAB, che costa 98 euro + Iva a trimestre e comprende tutti gli articoli di tutti i numeri della rivista online, la newsletter settimanale riservata agli abbonati, l'incontro LAB mensile in diretta, la community su Discord e il contatto diretto con la redazione. Con un solo accesso entrate in tutti i corsi: Makers, Aiway FLOW (flussi a nodi, skill e agenti per chi lavora con le immagini), il Master Midjourney, e quelli che usciranno nelle prossime settimane, compreso AI in ufficio (per Freelance e PMI) e il corso dedicato al "farvi trovare", una analisi accurata sulla SEO moderna, sulla GEO (farvi trovare dalle piattaforme dove tutti ormai cercano: ChatGPT e in generale l'AI).
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Buona domenica, e a chi viene domani al seminario di CNA: ci vediamo lì!







