Il 2 settembre è cambiata una cosa piccola sui nostri computer, quelli che usiamo per lavorare, per scrivere, per produrre immagini, per insegnare: Claude ha imparato a lavorare su macOS in finestre in secondo piano, senza portarsi via il cursore e senza pretendere che la finestra su cui lavora resti davanti a tutte le altre. Fino a pochi giorni fa, quando lo mettevamo a sistemare una cartella di file o a ripetere una serie di operazioni dentro un programma, ci toccava restare lì a guardarlo muovere il mouse al posto nostro (un modo curioso di risparmiare tempo) e se lo facevamo ci diceva che stavamo “distraendolo” e “accecandolo” con altre finestre in primo piano rispetto a quelle che doveva vedere lui. In questi giorni invece, mentre lui sistemava dei file, noi scrivevamo: stessa macchina, due lavori.
Il giorno dopo, il 3 settembre, OpenAI ha pubblicato il video di presentazione di Astra, che dura due minuti e quarantadue secondi e che al momento in cui scriviamo ha 1.723.256 visualizzazioni. Ci siamo divertiti a moltiplicare quei 162 secondi per quelle visualizzazioni: vengono fuori quasi nove anni di tempo umano e, anche se nessuno lo guarda tutto, dimezzando restano più di quattro anni che abbiamo passato, tutti insieme, a guardare un’intelligenza artificiale che lavorava mentre noi stavamo fermi. Guardate il video, poi fatevi la vostra idea, ma leggete fino in fondo questo nostro commento, speriamo possa esservi utile. Quello che ci ha lasciati perplessi, infatti, non è la potenza di quel sistema, che sarà notevole e farà correre tutti gli altri: è che la scena metta noi nella posizione del pubblico e sappiamo che tutto questo è Marketing, perché anche Astra può fare, e in questo momento forse anche meglio, quello che già si può fare per esempio con Claude. Se pensate che questo non vi riguarda perché siete fotografi, continuate a leggere, perché questo può cambiare già oggi il vostro modo di lavorare: è un multitasking dove “multi” significa NOI e LUI/LEI (l’AI) sullo stesso computer.
La direzione interessante di questi mesi non è quanto i sistemi AI sono diventati bravi, è cosa hanno imparato a fare da soli, e se la prima cosa si misura con i confronti fra modelli, la seconda con le ore di lavoro che pensavamo di risparmiare e ci tornano indietro (le vostre, non quelle di un test di laboratorio). Il senso è: se la macchina accelera tanto (troppo), poi ci arriva addosso una quantità di roba da controllare che non riusciamo a controllare, e a quel punto o facciamo da tappo oppure smettiamo di guardare, e finiamo per delegare tutto senza averlo effettivamente mai deciso.
Per chi fa il nostro mestiere, questo vuol dire una cosa molto concreta, cioè che il lavoro serio da portare avanti non è guardare al futuro come se fossimo spettatori di un lavoro fatto da una macchina (come nel video di OpenAI citato), ma integrare l’AI dentro l’attività (uno studio, un’agenzia, una attività individuale, un negozio) nello stesso modo in cui si inserisce un collaboratore nuovo. A un collaboratore non si chiede di fare “qualche prova per vedere se funziona“ (che è poi la frase con cui quasi tutti hanno cominciato, noi compresi): gli si dice di cosa si occupa, dove sta, cosa può decidere da solo, e chi controlla il suo lavoro prima che esca dalla porta. Ne avevamo scritto ad aprile parlando del collaboratore che non dorme mai e a maggio ragionando sulla differenza fra il fare e il far fare, e insistiamo perché nel frattempo gli strumenti si sono messi in pari con quel discorso.
Le mansioni, se le mettiamo in fila, sono almeno cinque, e nessuna delle cinque è “generare belle immagini” (non perché non sia importante, per voi e per noi, ma perché quella la diamo per scontata). La prima è la più noiosa e la più urgente, perché dal 2 agosto l’articolo 50 dell’AI Act (quello sulla trasparenza) è operativo, la marcatura dei contenuti sintetici ha tempo fino al 2 dicembre per i sistemi già sul mercato, le sanzioni arrivano a quindici milioni di euro o al 3% del fatturato mondiale annuo (con tetti ridotti per le imprese piccole), e in Italia sopra ci sta la legge 132/2025 con la vigilanza affidata ad ACN (l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale). Per chi pubblica cambia poco nella forma e parecchio nella pratica, perché bisogna sapere quando serve l’etichetta visibile e quando no (per i lavori dichiaratamente artistici bastano la didascalia o i titoli di coda), e soprattutto bisogna assicurarsi che la propria catena di export non spogli i file dei metadati che qualcun altro ci ha messo dentro. È materia che abbiamo analizzato prima che entrasse in vigore, e il documento interattivo con cui si passa in rassegna la propria situazione è online per gli abbonati Aiway da molto tempo, cioè da prima che la scadenza arrivasse.
La seconda mansione è l’automazione della produzione, cioè i passaggi che rifate identici ottanta volte all’anno (contateli, sono più di quanti pensiate): correzione colore, scontorno, inserimento del prodotto reale dentro una scena generata, upscale, versioni per i formati social. Ne avevamo parlato a giugno con i flussi a nodi, e il guadagno non è soltanto la velocità, ma anche il controllo. La terza è la creatività vera e propria, dove l’AI serve a costruire moodboard, style reference e personalizzazioni che restano vostre e riconoscibili, invece dell’estetica media che il modello propone a chiunque non gli dica niente (ed è quella, non la qualità tecnica, che fa dire a un cliente “sembra fatta con l’AI“). La quarta è quella che ci ha portati fin qui, il computer use insieme ai connettori: far pilotare all’AI i programmi che avete già, collegare i servizi esterni su cui gira il vostro lavoro, tenere insieme flussi che oggi passano da sei applicazioni diverse e da tre copia-incolla, a patto che tutto questo succeda mentre voi state facendo altro (altrimenti, dovete comprare un altro computer).
La quinta non è fotogenica, e infatti nei video non compare mai: è tutto il lavoro che creativo non è e che ci occupa le giornate lo stesso, i preventivi costruiti sul vostro tariffario e sul vostro storico, i follow-up ai clienti, le presentazioni, il marketing, la promozione, l’amministrazione… Gestire queste attività in modo automatizzato ci regala grandi opportunità, tutte da valutare ed implementare.
Sul metodo ci sentiamo di dire una cosa con convinzione derivata da ormai una profonda esperienza sul campo pratico: l’AI non è il nuovo Photoshop, anche se in parecchi casi oggi lo sostituisce e in qualche caso fa meglio, e non è nemmeno un tool gratuito con cui smanettare la domenica: è un sistema che gestisce, che si evolve mese per mese e che dentro un’attività va progettato, con un’analisi di quello che fate, di quanto vi costa farlo e di come investire il vostro tempo. Farlo “provando un po’, tanto poi si vede” porta al risultato che vediamo in giro parecchio: dodici abbonamenti pagati (o che si prova a non pagare, spendendo in fatica molto di più) e nessun vero cambiamento.
Sull’inseguimento del modello più potente del mese, poi, la nostra opinione è che sia la strada più cara e meno redditizia di tutte, perché a ogni annuncio nuovo ci viene chiesto di ricominciare da capo, e crescere dentro uno strumento che si conosce bene vale più che rincorrere le continue novità. Già nel 2022, quando i generatori facevano ancora ridere, scrivevamo che il rischio non erano i robot ma la mancanza di visione industriale: quattro anni dopo la riflessione è ancora valida.
Come vedete, questo è un percorso completo, non una soluzione di un singolo problema, o una sperimentazione. In questa ottica, con AiwayMagazine e con il nostro LAB vi raccontiamo l’AI, ve la spieghiamo, vi insegniamo ad usarla, vi avvisiamo su criticità e limiti. È un viaggio e ovviamente siete tutti invitati, se davvero considerate ormai fondamentale l’AI nel vostro lavoro nella sua globalità.


