Conoscete Hugging Face? È uno spazio di cui si è parlato tanto in questi giorni perché è stato al centro di una acquisizione miliardaria da parte di Nvidia, ma che, malgrado questo, è e speriamo continui ad essere uno spazio che è un po’ la versione AI delle librerie o dei centri culturali o dei centri sociali, dove si trova un po’ di tutto ed è tutto a disposizione della curiosità delle persone. Uno spazio di cultura, dove è possibile trovare ed usare migliaia di modelli di intelligenza artificiale che offrono visioni fuori dagli schemi e dagli ambiti “mainstream”, una biblioteca comunale (senza indice, senza scaffali e senza nessuno all’ingresso che vi dica dove guardare). In questo spazio, da qualche mese, c’è una raccolta che si chiama Italian-PD, e contiene 171.113 fra libri e giornali italiani di pubblico dominio (il più recente che mi sia capitato sotto gli occhi è del 1883), trascritti automaticamente, scaricabili da chiunque, 56,7 GB in tutto. Il mese scorso l’hanno scaricato poco più di mille volte: un numero che non sappiamo capire se è enorme o minuscolo, lasciamo valutare a voi.
La settimana scorsa ne ho “letti” 71.231 cercando una parola sola, dagherrotipo, e ci è voluta un’ora e mezza di attesa di macchina che esplorava, che setacciava, che scaricava dall’archivio e scopriva dati tra grafie ottocentesche dove, a causa dell’OCR (il sistema di riconoscimento dei caratteri, perché mica che in partenza erano dei documenti digitalI!) che doveva comprendere che parole diverse come dagherrotipo, dagherotipo, daguerrotipo e daghereotipo, sbagliati a causa della imprecisione dello scrivano o appunto dell’OCR ha fatto davvero tanta fatica a capire che erano “tutte parole giuste per la mia ricerca”, cosa che un database tradizionale non sarebbe riuscito a comprendere facilmente. Se volete sorridere, per esempio, nel passaggio più bello che ho trovato, “verità poesia” è stato trascritto come verdtà poesta. Un processo un po’ lento, ok, ma non ho usato nessun modello di frontiera (no ChatGPT, no Claude), un file letto in streaming, delle regole di ricerca scritte con un po’ di attenzione e gestite dal terminale (che, fino a pochi mesi fa, nemmeno mi azzardavo ad aprire: l’AI mi ha aperto davvero mille porte), e un portatile di sei anni fa che nel frattempo poteva tranquillamente fare altro. Il risultato ottenuto? 464 passaggi con titolo, autore, anno e identificativo per risalire all’originale, che poi ho letto tutti, uno per uno, perché quella parte lì la macchina non la può fare, se state cercando qualcosa, ma non sapete esattamente cosa.
Il punto che mi interessa raccontarvi, prima ancora delle cose che ho trovato, è che gli archivi che consideriamo morti quasi sempre non sono morti ma semplicemente sono inaccessibili, che è una condizione diversa e assai più rimediabile, e il nostro settore ne è pieno (fondi fotografici di studi chiusi, annate di riviste tecniche, cataloghi d’asta, verbali di associazioni di categoria), più tutti gli scatoloni che quasi tutti voi avete in un magazzino, o in cantina sul serio… e che nessuno apre perché aprirli è sempre costato più di quello che rendeva, mentre adesso costa un pomeriggio, e nemmeno lo paghiamo noi, lo fa un computer che toglie “la polvere” e ci mostra quello che davvero ci interessa. Ne avevamo già scritto, e riguardarlo fa un certo effetto: nel 2008, quando Google mise online l’archivio di Life, dicevamo che il passato trova il suo futuro, se vale, e che quell’archivio il mondo della carta stampata lo aveva “messo in cantina”; la differenza, diciotto anni dopo, è che non serve più aspettare che sia Google a scendere in cantina con la torcia, perché potete farlo voi, per il vostro archivio, con quello che avete già sulla scrivania.
E veniamo a cosa c’era, nella cantina italiana dell’Ottocento.
Nel 1839, presenta all’Académie des Sciences di Parigi l’esistenza del procedimento di Daguerre, ma in modo preliminare, senza rivelarne i dettagli tecnici (il 7 gennaio l’annuncio e scusate se mi riempie di orgoglio e mi segna il destino: la data del mio compleanno), mentre la descrizione completa del procedimento arriva solo ad agosto, ed è in rima:
«Altri canti del Gas l’uso novello, / Che pianger fa dell’olio i venditori, / Ed altri il Dagherotipo pennello / Che farà disperar tutti i pintori!»
Dodici anni dopo, negli atti dell’Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, quella stessa macchina è già diventata il termine di paragone per dire che una cosa è tecnicamente ineccepibile e vuota, perché una scrittura senza metafore, si legge lì, non sarebbe che “come un ritratto operato dal Daguerrotipo, senza colore, senza espressione, senz’anima”. Siamo nel 1851, e la frase che tutti noi ci siamo sentiti dire nei commenti sotto un’immagine generata dall’AI ha centosettantacinque anni suonati.
Nel 1855, invece, su L’Opinione, l’inventore di un apparecchio che trascriveva automaticamente la musica rassicura i musicisti in questo modo:
«Quanto agli artisti di musica, possono essere rassicurati, giacché il mio apparecchio non potrà nuocere se non ai più maldestri fra loro, e sarà per la musica ciò che il dagherrotipo è per la pittura, che prospera senza far torto ai buoni pittori.»
Danneggerà solo i mediocri, i bravi staranno benissimo, e chi lavora seriamente non ha nulla da temere. È la frase che si legge oggi in ogni comunicato di ogni azienda che presenta un modello generativo AI, e mi fa piacere sapere che ce lo eravamo già detto due anni fa, anche se allora non sapevamo di stare citando il 1855.
Il passaggio più moderno di tutti, però, è del 1857, e non parla di qualità ma di merito. Ferdinando Ranalli, in un manuale di letteratura, scrive che non gli dà buon segno vedere le arti ridotte “a meccanismi di facile esecuzione: siccome dimostrano le Fotografie, le Dagherotipie”, e il motivo che porta è questo:
«essa, onorando sommamente lo scopritore, rimane quasi facoltà d’ognuno o de’ più: e l’ammirazione si rivolge tutta alla natura, che è la immediata operatrice, anziché allo ingegno dell’uomo, il quale nulla o pochissimo vi mette del suo.»
Ranalli (nel 1857) non dice che la fotografia è brutta. Al contrario: dà per buono che il risultato sia ottimo, tecnicamente migliore di quello che farebbe un disegnatore medio. La sua obiezione è su un’altra cosa, e cioè a chi va riconosciuto il merito di quel risultato: se è la luce a fare il lavoro, l’ammirazione va alla natura, non a chi ha premuto.
Il parallelo con oggi sta lì. Si passa il tempo a discutere se le immagini generate con l’AI siano belle o brutte, se si veda che sono artificiali, se abbiano «anima»: discutiamo di qualità. Ma la discussione che conta davvero, quella che ci fa arrabbiare sul serio, è la stessa di Ranalli: se la macchina fa la parte difficile, che merito ha chi firma? È per questo che il litigio sulla qualità è destinato a spegnersi (la qualità migliora, e infatti è migliorata) mentre quello sul merito resta aperto e bisogna discutere e dimostrare quello che vogliamo dire, come l’abbiamo ottenuto, quanto è “figlio nostro” come risultato; non se abbiamo usato l’AI così come non si chiederebbe (nel 2026) se una bella foto è “figlia della luce” e non di chi l’ha creata.
Sul lato economico, in una pagina su Melbourne, sempre del 1857, si legge di un pittore capace che “era molto felice quando poteva vendere un ritratto allo stesso prezzo che un buon daguerrotipo”. Non la scomparsa del mestiere, che è la cosa di cui si parla sempre, ma il crollo del prezzo, che è la cosa che succede sempre quando ci si limita alla questione tecnica, e non a quella progettuale e alla creatività.
E poi c’è la cosa che non ho trovato. In quarantaquattro anni di libri e di giornali nessuno accusa mai il dagherrotipo di mentire: lo accusano di essere troppo fedele, mai di essere falso, e l’ansia da manipolazione che per noi è il cuore di tutto il discorso sull’AI generativa semplicemente non esiste. Forse la paura che una tecnologia genera non discende dalla tecnologia in sé, ma dall’epoca, in base a quello che quell’epoca ha già paura di perdere. All’epoca temevano di perdere il primato della mano; oggi temiamo di perdere il legame fra un’immagine e un fatto, e la realtà.
Il parallelo, quindi, serve, ma per chiederci: quale dei nostri argomenti di oggi, riletto fra centosettant’anni da qualcuno che farà la stessa ricerca sui nostri archivi, starà ancora in piedi come quello di Ranalli (che, ricordiamo, parlava di meccanismi di facile esecuzione, accusando la fotografia di rappresentarli), e quale somiglierà a quello dell’inventore del 1855 che rassicurava i musicisti?
Questa settimana, se avete voglia, prendete una cosa vostra che sta in cantina, le annate di una rivista che avete in studio, i vecchi listini, qualche verbale della vostra associazione. Digitalizzatene una parte, anche male, anche con l’OCR che sbaglia come sbagliava sul dagherrotipo (e sbaglierà, anche se meno, se usate l’AI), e poi cercateci dentro una parola sola, quella che descrive il problema che avete adesso. Magari non salta fuori niente. Ma la cantina, per la prima volta da quando ce l’avete, si può accendere. E può farci capire che se i flussi della storia tornano, forse possiamo trovare un senso anche al nostro presente, e al nostro futuro.
I contenuti del Sunday Jumper sono immaginati, sviluppati, scritti, visualizzati anche sotto forma di immagini da umani con la collaborazione dell’AI.


