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Vedere non è solo una questione di occhi
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Vedere non è solo una questione di occhi

Gli occhi non bastano più. Nell'era dei dati, delle immagini false e dell'intelligenza artificiale, vedere non significa capire, e chi lavora con le immagini dovrebbe esserne consapevole.

In questi giorni, per una serie di motivi - anche personali, ma non solo - ci siamo messi a riflettere sulla nostra percezione visiva, sulla certezza che quello che vediamo rappresenti non solo la realtà e la verità, ma che addirittura influenzi quello che pensiamo. Questa convinzione viene oggi messa in discussione da una serie di eventi e di situazioni, e forse abbiamo bisogno - noi che ci occupiamo di immagine - di fare valutazioni un po’ più ampie.

Guardiamo con gli occhi, o guardiamo con tutti i nostri sensi? I sensi sono tipicamente l’udito, l’olfatto, il tatto e così via, ma intendiamo qualcosa di più: non solo i cinque sensi classici, ma anche quelli legati all’istinto, alla consapevolezza, e forse l’”a prima vista” non è sufficiente. Ci sono in questo momento tante situazioni complicate, molto difficili, che portano a riflettere in modo profondo, preoccupante, a tratti ci fanno arrabbiare. Una cosa però è evidente: oggi la vista è uno strumento che non si basa più solo sulla capacità di vedere, ma sulla capacità di sapere, e quindi di avere informazioni.

Se proviamo ad allargare la prospettiva, ci accorgiamo che in questo momento, mentre tuonano venti di guerra, il lato visuale delle cose si è trasformato in dati. Se avete letto, studiato o fatto un po’ di ricerche, vi sarete accorti che esistono tecnologie sviluppate nell’ambito dell’intelligenza artificiale - dove l’AI è solo il motore, mentre le intenzioni restano umane - che per sapere cosa succede, e di conseguenza come intervenire, si affidano a miliardi di occhi. Sono gli occhi che noi installiamo nelle nostre case, nei nostri giardini, davanti ai nostri portoni.

Poi ci sono le telecamere delle strade, che sono in qualche misura più controllate. Diverso è il discorso per quelle che installiamo noi stessi, perché siamo dilettanti: creiamo sistemi per vedere chi arriva a casa nostra, senza renderci conto che quegli occhi possono inquadrare il palazzo di fronte, la strada, le persone che passano e a che ora passano. Ed è molto facile hackerare questi sistemi e trasformarli in dati.

Gran parte di quello che leggiamo sui giornali - sempre che li leggiamo ancora - o che guardiamo in televisione, o con cui veniamo bombardati sui social, quello che viene colpito, le persone arrestate, le persone trovate per le strade di Minneapolis, del Venezuela o di qualunque altro posto, tutto questo si muove a un livello che era assolutamente inimmaginabile fino a pochi anni fa. Ci sono occhi che vedono, occhi che controllano, e questa quantità gigantesca di dati diventa il vero occhio. Perché i singoli occhi sono semplici acquisizioni di dati: questi dati vengono raccolti in un sistema enorme che li elabora e li trasforma in una visione d’insieme. Ma non è detto che questa visione corrisponda alla verità, perché tutte queste informazioni possono essere interpretate in modo errato, e ogni sistema di intelligenza artificiale può commettere errori.

Quando vi guardate intorno e vedete zone, palazzi, case, scuole che vengono bombardate, e qualcuno dice “non volevamo farlo”, è probabilmente una delle poche verità: quasi certamente non volevano farlo. Ma gli occhi che guardano il mondo non riescono sempre a distinguere con precisione una casa da una caserma, o una caserma da una scuola - magari perché dentro quella scuola, fino a poco tempo prima, c’era un centro militare, e nessuno è andato ad aggiornare i dati.

Non vogliamo però soffermarci su questo. Vogliamo invece ragionare sul fatto che, in un’era in cui vedere la realtà è sempre più importante, dovremmo capire che gli occhi da soli non bastano più. Lo abbiamo detto qualche mese fa, commentando un post di Adam Mosseri, CEO di Instagram, in cui affermava che ormai non è più possibile distinguere la verità dalla finzione. E forse il pericolo maggiore, in questo momento, riguarda proprio le persone esperte di immagini: sono le prime che dovrebbero preoccuparsi, le prime che dovrebbero offrire punti di riferimento solidi, eppure sono spesso le prime a non avere una percezione concreta di quanto stia cambiando il nostro rapporto con la realtà. E la cosa più pericolosa è sempre la stessa: la certezza di saper distinguere il vero dal falso.

Qualche giorno fa, tornando alle situazioni più urgenti, è diventato virale un post con una fotografia satellitare che sembrava dimostrare senza dubbi la distruzione di alcuni avamposti di controllo americani. Solo dopo alcuni giorni quelle immagini si sono rivelate false. Fino a poco tempo fa, modificare in modo credibile - non in modo grossolano - immagini satellitari non era alla portata di chiunque. Oggi invece sì. E queste immagini false hanno ingannato organi di informazione che le hanno date per vere, fino a quando esperti in grado di riconoscere la manipolazione non hanno dimostrato il contrario.

Tutto questo per dire che da diverso tempo stiamo cercando di lavorare - con noi stessi, con i nostri studenti e nei nostri corsi - sull’esigenza di distinguere quello che si vede da quello che viene trasmesso. Abbiamo proposto un’applicazione molto sperimentale e ancora piccola; se non l’avete ancora provata, vi consigliamo di farlo. Non perché l’abbiamo fatta noi, ma perché è il primo passo per mettere a fuoco un’esigenza fatta di consapevolezza: quello che mostriamo dice e mostra cose che influenzano le persone, spesso senza che ce ne accorgiamo. Quindi il primo punto è: provate a mettere a fuoco che cosa mostrate.

Il secondo punto è: cercate di capire che cosa c’è dentro un’immagine e che cosa volete trasmettere. Oggi i sistemi di generazione di immagini tramite intelligenza artificiale richiedono un input testuale, ma sempre di più richiederanno un input narrativo, parlato. In questo momento sto scrivendo questo testo usando la voce: è un modo di rendere visiva una parola che viene solo pronunciata, eppure queste parole si stanno componendo sullo schermo e stanno prendendo una forma che è comunque un medium diverso rispetto alla parola stessa.

Allo stesso modo, dobbiamo iniziare a pensare che quello che immaginiamo con la mente potrebbe diventare un’immagine. È un discorso che guarda al futuro, un futuro che magari non vi appartiene o non vi convince, ma che fa capire come forse avremo macchine fotografiche che compongono immagini non perché le stiamo vedendo, ma perché le stiamo immaginando. Provate a pensare a una reflex o a una mirrorless dove quello che voi state immaginando è quello che si sta componendo nel mirino o sullo schermo. Vedere con tutti i sensi diventerà sempre più importante. Probabilmente non la chiameremo più fotografia, ma la chiameremo in qualche altro modo, e questo influenzerà comunque la nostra comunicazione e il nostro modo di lavorare.

In sintesi, quello che vogliamo trasmettervi è questo: anche quando fate clic con la vostra macchina fotografica, che cosa state vedendo dentro quel mirino? Non abbiamo dubbi che i professionisti di qualità, quelli sensibili e attenti, stiano vedendo quello che vogliono catturare - che è frutto di quello che stanno immaginando o che vogliono descrivere. La scelta di un angolo di campo, di un’ottica, di un filtro, di un’impostazione: tutto questo fa parte di quella manipolazione dell’immaginazione che ci porta a dire “un conto è quello che vedo, un conto è quello che voglio trasmettere.”

E in tutto questo ci fa sorridere pensare che forse il fotografo che ha capito questa cosa meglio di tutti veniva da tanti anni fa: un vecchietto, forse il simbolo della fotografia pensata per trasmettere quello che si vedeva nella mente. Quella persona era Ansel Adams, con il suo sistema zonale - un sistema quasi informatico, che trasformava in numeri le emozioni della luce. Da lui forse dovremmo imparare o recuperare moltissimo, perché lui non fotografava la realtà soltanto per quello che era: la fotografava in funzione della previsualizzazione, dell’immaginazione. Attraverso un processo fatto di ripresa, scelta della pellicola e stampa. Le tecniche sono cambiate molto, ma quello che vediamo oggi è che guardiamo sempre più quello che passa davanti ai nostri occhi, senza riuscire a percepire quello che verrà poi visto - in senso pratico - sui media che lo utilizzeranno e lo divulgheranno, dagli occhi spesso un po’ sfocati delle persone. Sfocati non perché non vedono, ma perché dedicano alle nostre immagini, quando va bene, decimi di secondo.

Le riflessioni finali sono dunque queste: stiamo attenti, perché stiamo entrando in un mondo in cui i dati pretendono di descrivere la verità, e non è sempre così. E purtroppo i risultati degli errori di visione, in certi casi, sono disastrosi. L’immagine non è quello che mostra, ma quello che vuole significare.

Su questo, vi rimandiamo al nostro sistema di analisi delle immagini: se volete, è disponibile con un piccolo contributo di 1,99 euro, perché i dati vengono elaborati da un sistema di intelligenza artificiale che ha dei costi, e vorremmo un contributo per continuare questa sperimentazione. Chi è già abbonato ad Aiway LAB ha accesso gratuito e sta scoprendo quanto sia interessante.

L’ultimo passo è tornare un po’ indietro. Magari andarsi a rileggere i libri di Ansel Adams (Il Negativo, La Fotocamera, La Stampa), e ascoltare nella nostra mente quello che voleva dirci. Perché quello che stava facendo non era solo insegnarci una tecnica: stava insegnandoci a vedere. Nel frattempo, gran parte di noi - e quasi tutte le macchine - non sono più capaci di farlo.

Assolutamente, procediamo.