I professionisti lo sanno molto bene: il vero lavoro di un fotografo/a non si fa dietro l’obiettivo. Si fa prima, molto prima. Quando si decide cosa dire, non solo cosa mostrare.
Abbiamo appena finito un esperimento che vorremmo condividere con voi. Abbiamo costruito un’applicazione, con l’aiuto dell’AI, attraverso quello che si chiama “vibe coding”, ovvero la strada che porta a scrivere codice (per un sito, per un’app), descrivendo quello che vogliamo ottenere... e l’AI lo realizza. Questa web app analizza le immagini non tanto per quello che mostrano, ma per quello che significano. Non si limita a descrivere una scena: ne esplora la semiotica, il linguaggio nascosto tra i pixel.
L’abbiamo chiamata Alway Image Analyzer, ed è nata da una constatazione semplice quanto importante: le persone leggono sempre meno, guardano sempre più velocemente, e comprendono sempre più superficialmente.
In questo contesto, la nostra professione di creatori di immagini deve evolversi, deve interrogarsi, deve fare i conti con una realtà complessa. Perché la stranezza del nostro tempo è evidente: viviamo nell’era dell’immagine, sommersi da milioni di fotografie ogni giorno, eppure la maggior parte di queste immagini non dice nulla. Scorrono, passano, vengono dimenticate in una frazione di secondo. Sono solo rumore visivo, non comunicazione. E questa è una sfida esistenziale per chi fa della fotografia un mestiere, una professione, un linguaggio.
Perché è vero che una fotografia vale mille parole, ma questa è un’affermazione che merita di essere messa in discussione, analizzata, compresa davvero, perché in molti casi, una fotografia può valere certamente mille parole, ma solo se chi la crea sa inserirle, quelle mille parole. Non è un automatismo, non è una proprietà magica della macchina fotografica o della composizione, è coscienza ed intenzione. È la capacità di pensare l’immagine come un sistema di segni, di costruirla strato dopo strato, di caricarla di significato in modo ponderato e consapevole.
La semiotica, che è la scienza dei segni e dei significati, ci insegna che ogni elemento visivo funziona su almeno due livelli: c’è quello che vediamo (il significante) e c’è quello che significa (il significato). Il problema è che questa capacità non si impara facilmente, non ci sono spiegazioni tecniche per comprendere con un tutorial il significato profondo, non esistono impostazioni ISO o programmi di esposizione automatica per l’emozione. E proprio per questo abbiamo voluto sperimentare con l’intelligenza artificiale, per vedere se potesse aiutarci non a creare immagini (quello è un altro discorso, un’altra frontiera), ma a comprenderle meglio, a leggerle in profondità, a estrarre quel substrato di significato che troppo spesso rimane implicito, non detto, forse nemmeno consapevole.
Abbiamo preso solo come esempio l’immagine che abbiamo pubblicato all’inizio della nostra newsletter. Un’analisi tradizionale, descrittiva (quindi una analisi breve di un osservatore, oppure un prompt che lo descrive, oppure una descrizione in un archivio di fotografie stock) direbbe:
“Due persone, una donna e un uomo, visti di spalle e di profilo, su un set cinematografico”
Tecnicamente corretto, ma troppo superficiale, ma se chiediamo all’applicazione di andare oltre la superficie, di leggere i segni, di interpretare il linguaggio visivo, otteniamo qualcosa di diverso. Leggiamo cosa ci indica il sistema che abbiamo generato:
Immagine 1 – Profilo della protagonista attivo
Profilo della protagonista
La luce di taglio accentua la tensione tra visibile e invisibile.
Il profilo della donna evoca attesa e vulnerabilità emotiva propria dell’attore, ponendo l’accento sulla dualità tra l’essere umano e il personaggio scenico interpretato.
Etichetta sull’immagine
Volto tra luce e ombra, contemplazione silenziosa.
Immagine 2 – Sedia da regista attiva
Sedia da regista
La sedia non è solo un oggetto funzionale, ma un potente simbolo di controllo e autorità.
Indica che la realtà osservata è una costruzione artificiale, una messa in scena dove ogni emozione è orchestrata e ogni gesto studiato.
Etichetta sull’immagine
Icona del potere creativo del set.
Immagine 3 – Presenza liminale attiva
Presenza liminale
La sagoma indistinta sullo sfondo rappresenta l’invisibilità del lavoro tecnico necessario alla creazione del mito cinematografico.
Evoca la natura collettiva dell’arte e il confine sottile tra chi crea l’illusione professionale e chi ne è il protagonista.
Etichetta sull’immagine
Figura sfocata che presidia il dietro le quinte.
Immagine 4 – Sguardo di spalle attivo
Sguardo di spalle
L’uomo, visto di spalle, funge da Rückenfigur romantica, invitando lo spettatore a condividere la sua prospettiva.
Rappresenta la direzione creativa, un’autorità silenziosa che osserva il mondo fittizio senza svelare la propria identità o reazione emotiva.
Etichetta sull’immagine
Posizione di guida, barriera visiva tra i soggetti.
Questa è la differenza tra catalogare e comunicare, tra descrivere e comprendere. E questa differenza, oggi più che mai, è ciò che distingue una fotografia professionale da una delle milioni di immagini che produciamo e consumiamo ogni giorno senza nemmeno vederle davvero.
Ma c’è un altro livello in questo discorso, forse ancora più importante per noi che facciamo questo mestiere: capire il significato delle nostre immagini non è solo un esercizio critico, non è solo cultura visiva. Quando sappiamo cosa un’immagine comunica a livello profondo, quali emozioni evoca, quali concetti veicola, quali archetipi attiva, sappiamo anche come replicare quell’effetto, come modularlo, come adattarlo alle esigenze diverse di clienti diversi. Sappiamo quali elementi includere, quali escludere, quali enfatizzare e se usiamo strumenti di AI generativa, sappiamo costruire prompt che vadano oltre la descrizione superficiale (”due persone viste di spalle”), che parlino di atmosfera, tensione narrativa, contrasto simbolico.
È qui che, per l’ennesima volta dobbiamo ribadirlo, si può capire come l’intelligenza artificiale ci può affiancare in un modo non ancora esplorato abbastanza nella nostra professione: non come minaccia che ci sostituirà, non come scorciatoia che svilisce il mestiere, ma come alleato che ci aiuta a vedere meglio, a pensare più chiaramente, a essere più consapevoli di quello che stiamo facendo. L’AI può analizzare in secondi livelli di significato che a noi richiederebbero tempo e distanza critica, può farci da specchio, da interlocutore, da primo lettore che ci restituisce quello che abbiamo detto senza saperlo. E questa capacità può trasformare non solo il nostro modo di lavorare, ma anche il nostro rapporto con i clienti. Perché i clienti non devono (più) comprare fotografie, comprano e compreranno sempre più comunicazione, significato, messaggio.
C’è poi un aspetto ancora più sottile, quasi filosofico, ma tremendamente concreto nelle sue implicazioni. In un mondo dove le persone leggono sempre meno e guardano sempre più distrattamente, la comunicazione visuale non è più un complemento del testo: deve sostituirlo, deve fare lo stesso lavoro con meno tempo, meno attenzione, meno pazienza da parte di chi guarda. Questo significa che le nostre immagini devono lavorare di più, devono essere più dense, più cariche, più consapevolmente costruite. Non possiamo più permetterci di creare immagini che “sembrano (sono) belle” sperando che qualcuno si fermi abbastanza a lungo da capirle. Dobbiamo creare immagini che parlano immediatamente, che comunicano il loro messaggio in quella frazione di secondo che è tutto ciò che ci viene concesso.
L’applicazione sperimentale che abbiamo sviluppato è ancora primitiva, è in beta, è sperimentale, ma funziona come punto di partenza per una riflessione che vorremmo fare insieme a voi. Vorremmo che la provaste, che ci mandaste le vostre immagini, i vostri test, i vostri commenti e le vostre critiche. Cosa funziona in questa analisi? Cosa manca? Cosa vorreste che facesse? Quali aspetti del significato visivo vi sembrano più utili da esplorare? Perché questo potrebbe diventare qualcosa di utile davvero, uno strumento professionale serio, ma solo se lo costruiamo insieme, da fotografi per fotografi, da professionisti della comunicazione visuale che vogliono andare oltre la superficie e che vogliono portare la professione a un livello di consapevolezza più alto.
Non vi stiamo mostrando e proponendo un prodotto finito, vi stiamo invitando ad una conversazione, ad un percorso di ricerca condiviso. Perché crediamo che la fotografia professionale stia vivendo una transizione fondamentale, e che questa transizione non riguardi principalmente la tecnologia (quella cambia sempre, è il nostro pane quotidiano), ma il nostro ruolo, la nostra funzione, il nostro valore in un ecosistema comunicativo completamente trasformato.
Vuoi essere i primi e le prime a provare Alway Image Analyzer?
Questa app usa, dietro le quinte, un’AI molto sofisticata che dobbiamo “pagare” a consumo, quindi chiediamo un piccolo contributo per il suo utilizzo in questa fase di beta. Cliccando qui, potete contribuire (1,99 euro, una tantum, sostanzialmente un cappuccino) a questo esperimento e poterlo usare per fare test e pensare “con una logica semiotica” al vostro lavoro.
Questo tool è invece gratuito per tutti i nostri abbonati ad AiwayMagazine che hanno ricevuto già il link per poterlo usare ;-)
Se pensate che sapere di più e prima di altri professionisti tutte le potenzialità dell’AI nel lavoro quotidiano, andando ben oltre all’uso banale e dilettantistico che purtroppo si vede in giro, abbonatevi ad Aiway Magazine, per avere pieno controllo e visione (tecnica, marketing, business) dell’AI nel mondo della fotografia professionale.

















