Un intervento (un post/carosello) da parte di Adam Mosseri, il numero 1 di Instagram, ha fatto discutere molto a fine 2025 e tocca direttamente le tematiche riguardanti il mondo che gravita attorno al Sunday Jumper e a voi che siete i lettori di questa newsletter: fotografi, ma anche professionisti della comunicazione visiva, creatori di contenuti, studenti che vogliono trovare uno spazio nel mondo del lavoro.
In breve sintesi, Mosseri parte da una coltellata a tutto il nostro settore: se si vogliono “intercettare” le immagini generate con l’AI, d’ora in avanti diventerà «più pratico ricercare e codificare con qualche “etichettatura” i media reali piuttosto che quelli falsi». Insomma, per essere pragmatici, ci si metterà meno a selezionare il vero in un universo di falso, che non il contrario. L’autenticità, per come l’abbiamo conosciuta, è finita: non possiamo più permetterci di dare per scontato (o possibile) che ciò che vediamo sia reale. È, di fatto, una mutazione percettiva profonda, che riguarda il nostro rapporto con l’immagine come prova del mondo, ma che di conseguenza ci pone due domande, una per “ogni lato” che possiamo interpretare:
Se siamo “persone”, come facciamo a capire se quello che stiamo vedendo è vero? Quando potremo avere la conferma che davvero abbiamo di fronte a noi una dimostrazione di qualcosa che è reale?
Se siamo professionisti dell’immagine, cosa possiamo offrire/proporre/garantire per dare questa sicurezza?
Proviamo ad affrontare la questione dal punto di vista non filosofico ma da quello pratico:
Pensiamo alle aziende produttrici di fotocamere: stanno scommettendo da sempre e sempre di più sull’estetica sbagliata, per garantire a utilizzatori/clienti uno strumento di veridicità. Gareggiano, infatti, per far sembrare tutti fotografi professionisti del passato (quando solo “chi sapeva davvero fotografare poteva riuscirci”), o comunque per garantire la resa tecnica ineccepibile, perfetta. Ma in un mondo in cui l’AI può generare facilmente immagini impeccabili, l’aspetto professionale diventa (anche quando non è così) il segno rivelatore possibile del falso.
Un altro strumento che è stato sviluppato (e non sviluppato realmente: confusione, mancanza di accordi, marketing sordo e cieco su queste fondamentali tematiche: più facile parlare di pixel e di “muscoli tecnologici”): parliamo dell’idea di spostare il baricentro dalla caccia al falso alla certificazione del reale – firme crittografiche, catena di custodia, standard come C2PA – che poteva essere una strada importante, sono anni che ne parliamo, e sono anni che nessuno ci ascolta (le aziende, prima di tutto). Si intende allargare il ruolo della macchina fotografica da strumento “solo” tecnico ed espressivo a dispositivo notarile.Se pensiamo invece allo stile “impreciso”, “imperfetto”, questo potrebbe rivelare ipoteticamente che si tratta di realtà.
Foto mosse, inquadrate male, piene di difetti vengono spesso interpretate come “segni di realtà”, lo vediamo come approccio specialmente tra i giovani, che per esempio hanno abbracciato le “macchinette” (le compatte di pessima qualità di una volta) o addirittura l’analogico per poter segnare con un sapore di “reale” le proprie immagini, in contrasto con la perfezione che ormai arriva dagli smartphone. Il problema, però, è che l’imperfezione come prova di realtà è un’illusione a breve termine. L’AI non solo imparerà a riprodurla, ma lo sta già facendo, l’ha già fatto. A quel punto, se anche l’estetica collassa definitivamente come criterio di verità, la domanda vera emerge, ed è la stessa: cosa resta quando anche l’imperfezione è perfettamente riproducibile?
Non è nel “sapore” delle immagini che si può trovare la risposta alla definizione di “realtà”, ed è importante capire che questo parametro, questo fine già è e sarà sempre più IL valore che verrà richiesto, ricercato, desiderato. A questo punto, lo fa intuire Mosseri nel suo post, quello che conta e che forse ha sempre contato (ma oggi di più) è: non quello che si mostra, ma da dove proviene quel contenuto.
Per fotografi, comunicatori, autori, l’autenticità non sarà più una qualità dell’immagine in quanto tale, ma una proprietà della relazione: coerenza nel tempo, riconoscibilità delle intenzioni, tracciabilità delle scelte. Non è più determinante comprendere e trasmettere perentoriamente che
“questa foto è vera”
ma, molto di più
“questa persona è affidabile”.
È un cambio durissimo di ruolo, ma anche di approccio nei confronti della professione, perché ora si richiede continuità, esposizione, responsabilità; non si risolve con un preset, né con un prompt, né con un comunicato stampa o uno slogan/hashtag. La credibilità, l’affidabilità, la reputazione sono qualcosa da costruire, da mettere sul tavolo, da farsi riconoscere.
Come si può procedere, quindi, in questa complessa situazione?
Proponendo un processo che diventa prodotto. Visto che non è più sufficiente dire “ho creato questa cosa”, dobbiamo riuscire a mostrare: ecco da dove siamo partiti, ecco dove pensavamo di andare, ecco dove ci siamo persi (l’errore di percorso è rafforzante e non più un difetto), ecco cosa ci ha fatto cambiare direzione, ecco le tre versioni che abbiamo scartato prima di arrivare a questa. Ogni deviazione, ogni esitazione, ogni ripensamento è una prova di presenza umana nel tempo, una catena di decisioni che può essere tracciata, verificata, riconosciuta come genuina proprio perché non è stata ottimizzata.
Quello che vale sarà il “contesto”. Il backstage, le tracce, le varianti, il fatto che dietro quel singolo tassello c’è una storia, che è stata disegnata, scritta, mostrata nel tempo. Nei giorni, nei mesi, negli anni. Una traccia che è troppo complessa (e non vantaggiosa) per essere costruita dalla bugia. E, importantissimo, non bisogna pensare che la “bugia” sia generata dall’AI, ma dalle persone, dagli esseri umani, che possono usare qualsiasi tecnica e qualsiasi percorso per dirla, quella bugia. Questa non è una battaglia contro l’AI, ma contro la falsità e contro gli intenti di trasmettere il falso.
L’idea, l’ipotesi, la missione è quella di costruire sistemi di comunicazione dove l’autenticità non è una dichiarazione ma una dimostrazione. Non serve dire o convincere qualcuno che “quello che vedono è reale”, ma mostriamo che lo è attraverso l’unica cosa che non può essere falsificata: il tempo umano, nelle sue forme più riconoscibili, quel tempo che si vede nei nostri processi imperfetti, che chiediamo a chi vuole entrare in relazione con noi, quello che costruisce, settimana dopo settimana, mese dopo mese, una storia verificabile di presenza continuativa.
In un mondo dove Mosseri stesso ammette che distinguere il vero dal falso diventerà impossibile, il tempo diventa l’unico watermark affidabile, e il tempo, per fortuna, è ancora l’unica cosa che l’intelligenza artificiale non può generare. E non è detto che poi tutto questo nuovo corso verso la realtà troverà nelle piattaforme come Instagram (o simili) il luogo ideale, dove la paranoia dilagante della “brevità”, della “sintesi”, del “catturare l’attenzione” saranno gli ingredienti per far crescere questa strada dell’autenticità, perché la fiducia si costruisce nel tempo, con il dialogo, con le sfumature. E allora, forse sono proprio gli sforzi che si fanno altrove, magari anche su una lunga newsletter come questa (lunga perché fatta di tante parole, che richiedono tempo per essere lette e lunga perché sono anni e anni che vi e ci accompagna, costruendo quella catena del valore di cui si parlava) che potrebbero aprire nuovi orizzonti.
Bentornati con il Sunday Jumper, siamo ripartiti in questo 2026 per tenervi compagnia un altro anno.











