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La fotocamera in volo: quando documentare la verità diventa un atto di resistenza
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La fotocamera in volo: quando documentare la verità diventa un atto di resistenza

A Minneapolis il fotografo John Abernathy lancia la sua Leica a un collega mentre viene arrestato: un'immagine simbolo della difesa del diritto di cronaca e della libertà di stampa. E molto di più...

Non è un bel momento: per la società, per i diritti, per l’autenticità, per la VERA libertà di espressione e di parola, per la separazione tra quelli che sono i diritti e quelli che sono gli abusi.

Mi hanno insegnato (era forse un mondo diverso, più semplice, più essenziale) che i diritti di ciascuno di noi devono essere pretesi fino al momento in cui questi diritti vanno a limitare i diritti degli altri. Non c’era una “seconda parte” di questo insegnamento, ovvero: cosa si fa, in questi casi? La risposta sarebbe stata ovvia, nella sua semplicità: se succede, il nostro diritto deve fare dei passi indietro, bisogna rispettare gli altri, bisogna capire che non ci siamo solo noi, e che “gli altri” hanno pari diritti (e pari responsabilità). Penso, spero, di avere imparato la lezione, sia quella ufficiale che quella “non detta”; spesso avrò commesso errori, avrò fatto pesare più il mio pensiero - più che il mio “diritto”, non tendo a dare così tanto valore a quello che mi riguarda, ma molto di più a quello che riguarda gli altri... eppure avrò sbagliato, di sicuro, in molti casi e mi dispiace se è accaduto. Sta di fatto che, però, dovrebbe essere insegnato di più questo approccio al diritto, al rispetto, al saper ascoltare l’opinione degli altri.

Invece no, siamo in un momento storico dove l’aggressione, la violenza (verbale e non solo) sono diventati la normalità, dove si può insultare chiunque esprima - anche civilmente - un’opinione che DOVREBBE essere appunto un diritto, purché non vada contro il diritto degli altri. È successo, in questi giorni, anche in Italia, dove un’opinione basata su ricostruzioni ed argomentazioni approfondite non è stata interpretata per quello che era (una semplice opinione), ed è stata oscurata da Meta (Facebook) su segnalazione della testata Open (fondata da Enrico Mentana) che collabora al progetto di Fact Checking della stessa Meta. Non è nostro interesse entrare sul tema di eventuali errori o dettagli che hanno portato Open a definire “falso” il contenuto di questo video, e nemmeno se questa opinione possa o meno essere condivisa (come detto: le opinioni e la libertà di espressione, se rientrano nei limiti di un dialogo civile, devono essere garantite in un mondo in cui il diritto viene riconosciuto). Se qualcuno vuole però approfondire, vi consigliamo questo articolo della piattaforma SlowNews, che lo offre gratuitamente a tutti. Parla proprio di correttezza del fact-checking e del rischio di una poco corretta interpretazione.

Ma rientriamo nel mondo dell’immagine, perché questa discussione sul diritto di espressione e di stampa è davvero una questione fondamentale, di questi tempi. Una stampa libera, che ha diritto di osservare, scrivere, fotografare, videoriprendere, dare opinioni senza che ci sia un potere che vuole controllarla o censurarla dovrebbe essere al primo posto nell’agenda di qualsiasi stato civile e democratico. E, invece, non solo in tanti Paesi questo non è possibile, ma sembra essere sempre più difficile da vedere anche in Stati che si dichiarano “liberi”.

Negli Stati Uniti esiste un diritto costituzionale consolidato che permette ai cittadini di filmare e fotografare la polizia mentre svolge le proprie funzioni in spazi pubblici.

Questo diritto si basa sul Primo Emendamento della Costituzione americana (libertà di parola e di stampa). Diverse corti d’appello federali hanno stabilito che registrare l’attività della polizia in pubblico è una forma di espressione protetta costituzionalmente.

In pratica si può liberamente filmare o fotografare gli agenti di polizia mentre operano in luoghi pubblici purché non si interferisca fisicamente con le loro attività o si ostacolino le operazioni e per farlo bisogna essere in un luogo dove si ha il diritto di essere (strada pubblica, marciapiede, ecc.).

Gli agenti non possono confiscare il telefono o la fotocamera o costringere a cancellare le registrazioni senza un mandato.

In Italia la situazione è più complessa e meno definita rispetto agli USA: non esiste un diritto esplicito paragonabile al Primo Emendamento americano che garantisca specificamente la possibilità di filmare le forze dell’ordine. La questione si trova all’intersezione di diversi principi e normative che possono entrare in conflitto. A favore della registrazione c’è il diritto di cronaca e di documentare fatti di interesse pubblico, la libertà di manifestazione del pensiero (art. 21 della Costituzione) e il fatto che le forze dell’ordine operino in spazi pubblici nell’esercizio di funzioni pubbliche.

Tra le situazioni problematiche, in Italia è necessario però prendere in considerazione la privacy e la protezione dati: il GDPR e il Codice della Privacy tutelano i dati personali, incluse le immagini; filmare persone (anche agenti in divisa) potrebbe configurarsi come un trattamento di dati personali.

Secondo il Codice penale esistono reati come “interferenza nelle comunicazioni” o “rifiuto di fornire generalità” che in passato sono stati contestati a chi filmava, ma anche l’oltraggio e la resistenza, considerati comportamenti che ostacolano l’operato delle forze dell’ordine sono punibili.

Nella pratica, filmare operazioni di polizia in Italia rimane un’area grigia. Molto dipende dalle circostanze concrete, dal comportamento di chi filma e dall’interpretazione degli agenti sul posto. Non è raro che vengano chiesti documenti o che si venga invitati a smettere di registrare.

Ora guardate questa fotografia, ripresa dalla pagina Instagram del fotografo protagonista di questa incresciosa storia.

Captured by Rectangles on Instagram: "Photo by Pierre Lavie. I …

Usiamo per questa pubblicazione il link di Instagram per rispetto del diritto d’autore (Pierre Lavie), visto che non abbiamo diritti di pubblicazione e quindi anche se a scopo documentativo e giornalistico non sarebbe lecito (come hanno fatto tutti) pubblicare senza autorizzazione, mentre l’embedding del post tutela questo diritto originario (cliccate il post qui sopra per visualizzare fotografia e commenti). La storia comunque è questa: il 17 gennaio 2026, durante le proteste a Minneapolis seguite all’uccisione di Renée Good da parte di un agente ICE, il fotografo John Abernathy stava documentando un’operazione federale presso il Bishop Whipple Building di Fort Snelling quando è stato placcato a terra da agenti di CBP e ICE. Nel momento in cui veniva atterrato, Abernathy è riuscito a lanciare la sua Leica al collega Pierre Lavie, che ha immortalato la scena: la fotocamera in volo mentre il fotografo veniva bloccato da diversi agenti. Abernathy è stato arrestato con l’accusa di ostruzione e impedimento dell’accesso, poi sottoposto a spray al peperoncino e gas lacrimogeni insieme ad altri manifestanti e giornalisti presenti.

La sequenza fotografica è diventata virale come simbolo della difesa del diritto di cronaca durante operazioni controverse delle autorità federali. Siamo abbastanza convinti che questa immagine potrebbe vincere la prossima edizione del World Press Photo, per la sua forza comunicativa e, specialmente, per il simbolo che rappresenta: quella fotocamera in volo, quel gesto che ha portato il fotoreporter John Abernathy a lanciare la sua fotocamera e lo smartphone ad un altro fotoreporter, Pierre Lavie, che tra l’altro non conosceva e che da quel momento è diventato un suo amico, racconta con così tanta forza ed intensità tutto un mondo che deve essere raccontato, facendo emergere la verità, il diritto di documentazione, la forza della realtà sulla finzione.

Non è necessario essere in una situazione così estrema per difendere questo diritto, non deve essere necessariamente eroismo percepire questa responsabilità per essere “veri”, per dire “la verità”, in un momento in cui questa verità sembra non avere più valore. E non serve necessariamente usare solo alcuni strumenti, ed evitarne altri. Quello che conta è la trasparenza, l’intenzione, l’opinione, che può essere espressa in qualsiasi modo, con qualsiasi strumento, purché sia evidente cosa si sta dicendo, e come lo si sta raccontando.

Per questo, troviamo eccezionale la documentazione non solo dei fotografi, ma anche di questa documentazione che non è fotografica, ma è realizzata da Isabelle Brourman che è una formidabile sketch artist americana che lavora nei tribunali federali, dove il disegno diventa atto di testimonianza politica e memoria visiva. Con penne, matite e acquerelli documenta ciò che le immagini non possono mostrare – udienze sull’immigrazione, detenzioni, potere in azione – costruendo un ritratto continuo e inquieto dell’America contemporanea.

Isabelle Brourman ha raccontato (e mostrato come sua interpretazione artistica e documentaria) questa stessa scena, anche lei nel post che pubblichiamo qui sotto. La sua interpretazione visuale e disegnata la trovate nelle immagini successive del carosello:

Isabelle Brourman on Instagram: "Amazing documentation and pres…

Traduciamo il post, per meglio illustrare la sua visione:

Documentazione e alleanza con la stampa straordinarie da parte di Pierre Lavie, che ha catturato i momenti durante la detenzione del fotografo John Abernathy da parte di agenti federali fuori dal Bishop Henry Whipple Federal Building. Pierre, John, io stessa e molti altri membri della stampa eravamo presenti per documentare una protesta anti-ICE davanti all’edificio, che attualmente funziona come centro di detenzione ICE in Minnesota. Ho visto e ho descritto John mentre lanciava la sua fotocamera e il suo telefono a Pierre mentre John veniva bloccato per terra da diversi agenti mentre veniva disperso gas lacrimogeno. Ho visto il telefono di John finire sotto lo stivale di un ufficiale e poi ho dovuto allontanarmi a causa del gas. Sono contenta di sapere che sia il telefono sia la fotocamera sono stati miracolosamente recuperati da Pierre. Un plauso a John e Pierre per essere riusciti a catturare questi momenti nel mezzo del caos.

Speriamo che questa “altra” interpretazione della verità, che si discosta dalla documentazione e dalla testimonianza della realtà fotografica, possa far riflettere su un tema che pensiamo sarà sempre più importante, e che ci fa riflettere tantissimo (ne abbiamo parlato nella nostra newsletter dedicata agli abbonati di Aiway Magazine): vero è quello che possiamo documentare come tale, certificandolo come un atto legale, come la firma di un notaio? Se sì, dobbiamo adattare il nostro “strumento” e il nostro “processo” a qualcosa che certifichi con questa autorevolezza, accettando poi che, in ogni caso, ogni fotografia contiene la centralità dell’interpretazione, della scelta, del messaggio che l’autore vuole trasmettere. Oppure “reale” è quello che si racconta con trasparenza, con sincerità, con concreto desiderio di dire “quello che è successo” e quindi, come nel caso di Isabelle Brourman, anche in forma di documentazione che trasmette emotività e non certificazione del reale? Quando sentiamo parlare dei rischi di fake news causate dall’AI, diciamo sempre che il rischio sono gli “umani” che vogliono raccontare falsità, che decidono di omettere i fatti, magari per trarne vantaggio o per tutelare gli interessi del potere o dei soldi.

Come abbiamo scritto qui, due settimane fa, conterà sempre più CHI racconterà un fatto (sotto forma di parole, di immagini o qualsiasi altra forma espressiva) e non COSA e COME verrà mostrato, perché gli occhi non sono più strumento per comprendere quello che sia reale o falso, le orecchie non distinguono più cosa sia reale o virtuale, le sensazioni sono e saranno sempre più filtrate da mezzi che possono falsificare e nascondere. Ma le fonti, la storia, l’impegno delle persone (e delle aziende, delle istituzioni, dei media) sarà sempre più il valore da tutelare e da riconoscere.


NOTA IMPORTANTE:

Abbiamo fatto un’analisi molto approfondita di costi, benefici, vantaggi, criticità, processi evolutivi della produzione foto/video/creativa, con l’uscita di Creative Studio di Apple per la post produzione foto e video (ne abbiamo parlato qui, settimana scorsa).

Presenteremo questo report e ne parleremo nel dettaglio nella prossima Aiway LIVE del 30 gennaio 2026, con un report che consegneremo a tutti i presenti e tutti gli abbonati.

Se vi interessa studiare e analizzare questo report (che non sarà un contenuto per parlare delle novità, o per cavalcare un prodotto... non ci interessa proprio per nulla: solo fare un’analisi tecnologica, economica, strategica seria) e partecipare alla nostra live o ricevere il video, potete acquistare il PASS a questo link (durante la serata presenteremo anche altre novità importanti che stanno arrivando da altri fronti!).


Buona domenica, buone riflessioni, buon riposo

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Assolutamente, procediamo.