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Nel tempo della perfezione, l’imperfezione è diventata preziosa (purché dica qualcosa di profondo)
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Nel tempo della perfezione, l’imperfezione è diventata preziosa (purché dica qualcosa di profondo)

Tra smartphone sempre più potenti e AI che replica qualsiasi stile, cosa resta della fotografia? Un giocattolo da portachiavi e una riflessione su cosa vale davvero nelle immagini che facciamo.

Ho comprato una Kodak Charmera. Costa pochi euro, ha un sensore da 1,6 megapixel (sì, avete letto bene: uno virgola sei), pesa 30 grammi e sta attaccata al mio portachiavi come un ciondolo. Fa delle foto raccapriccianti: sfuocate, mosse, con luci bruciate e ombre che sembrano buchi neri. E proprio per questo mi diverto come non mi divertivo da anni a fotografare.

Viviamo in un tempo strano per la fotografia, un tempo in cui ogni giorno nel mondo vengono scattate tra i 4 e i 5 miliardi di immagini (oltre 61.000 al secondo, se vi piacciono i numeri vertiginosi), e il 94% di queste viene fatto con uno smartphone. Ogni singolo telefono in tasca è oggi più potente, tecnicamente parlando, delle fotocamere che avevano in mano i fotografi professionisti fino a dieci anni fa (o ancora oggi). Eppure, e qui sta il concetto che voglio raccontarvi, non siamo mai stati così ossessionati dalla qualità tecnica e allo stesso tempo così distanti dall’emozione che una fotografia può trasmettere

(da questo scatto un doppio confronto: dimensionale, guardate rispetto alle chiavi quanto è piccola la Kodak Charmera, e prodotto di culto tutto da scoprire: quando si compra la confezione non si sa quale delle sei versioni troveremo, è la “moda” delle blind box che hanno fatto anche la fortuna dei pupazzetti Labubu)
Foto scattate con Kodak Charmera. una “grande” in tutto il suo “non splendore”, ma per esempio, piccoline insieme sono molto carine… povere, ma carine, anche con gli effetti speciali integrati (icone, cornici grafiche). Nota: lo sappiamo che la data è sbagliata, è quella di default quando si acquista la fotocamera, e interfaccia davvero troppo piccola e pigrizia ci hanno portato a dire… non fa niente!

Su un fronte completamente diverso (almeno apparentemente), proprio in questi giorni è andato in onda durante il Super Bowl uno spot di Squarespace che ha fatto discutere. Diretto da Yorgos Lanthimos e interpretato da Emma Stone, lo spot è stato girato su pellicola negativa Kodak 2302 in bianco e nero, in formato 4:3 open gate (per “open gate” si intende che mostra anche i bordi del fotogramma negativo, preservando più dettagli per ritagli successivi in post-produzione. Questo approccio massimizza la risoluzione e la flessibilità, ideale per adattare il contenuto a diversi aspect ratio senza perdere qualità). Una scelta radicale in un contesto dove tutti gli altri spot puntano sulla spettacolarizzazione digitale, sull’HDR spinto, sulla pulizia cristallina dell’immagine. Lanthimos ha scelto la grana, il contrasto forte, la texture analogica per raccontare una storia surreale sulla perdita del proprio dominio digitale E quella scelta estetica, quel “passo indietro” rispetto alla perfezione tecnica disponibile oggi, è diventata il vero elemento distintivo dello spot, quello che lo rende riconoscibile e memorabile in mezzo a centinaia di altri.

Quando guardo le immagini che faccio con questa piccola Kodak (che è sostanzialmente un giocattolo venduto in blind box, con filtri vintage già integrati e un display LCD che sembra uscito dagli anni ‘90), mi viene in mente un articolo che scrissi tanti anni fa per una rivista che si chiamava Jump Take Away. Era una pubblicazione che avevamo creato, minuscola, grande come una cartolina, che veniva distribuita nei bar e nei locali e parlava di innovazione. In quell’articolo raccontavo di come il mio Nokia 3650, con la sua fotocamera ridicola, mi avesse riavvicinato alla fotografia proprio perché faceva foto così brutte da liberarmi dall’ansia della perfezione. La fotografia era diventata per me un mestiere, non più un divertimento, e quel telefono con il suo sensore pessimo mi aveva fatto riscoprire il piacere di scattare senza aspettative, senza la pressione del “contenuto perfetto da pubblicare”.


Oggi provo esattamente la stessa sensazione con questa Kodak Charmera. Le immagini che produce non servono a trasmettere visioni oggettive, non servono per i social (o meglio, ci finiscono lo stesso, ma con un’intenzione completamente diversa), non servono praticamente a nulla in effetti. Servono per sorridere. E quando le mando a qualcuno per condividerle, sorridono anche loro. C’è qualcosa di liberatorio in questa imperfezione dichiarata, in questa rinuncia volontaria alla qualità che ci viene costantemente propinata come unico valore.

Questo si collega a una riflessione più ampia che mi accompagna da tempo e che abbiamo già affrontato in parte in un recente numero del Sunday Jumper, quando abbiamo parlato di autenticità nell’era in cui tutto può essere replicato. La sperimentazione con i linguaggi fotografici è sempre stata un modo per personalizzare, per trovare una voce propria. Ma oggi, con l’intelligenza artificiale che può generare (o replicare) praticamente qualsiasi stile visivo, quella sperimentazione deve andare oltre il semplice “trucco estetico”.

Ci siamo divertiti a usare sistemi di AI per cercare di riprodurre proprio quel look lo-fi delle fotocamere giocattolo, quello della Kodak Charmera o delle vecchie compatte digitali che i ragazzi della Gen Z stanno riscoprendo. E sapete cosa? Ci siamo riusciti, siamo arrivati a risultati molto simili. L’imperfezione, quella che ci sembrava un segno distintivo di autenticità, è perfettamente replicabile. Anzi, è già stata replicata.

Queste immagini sono state realizzate con AI, estraendo lo stile, il mood, le imperfezioni delle foto scattate con il giocattolo Kodak, a dimostrazione che gli ingredienti sono importanti per creare il nostro messaggio, ma non possono essere i protagonisti.

Allora dove sta il punto? Facciamo un passo indietro. Il problema non è nei “trucchi” visivi in sé (il bianco e nero, la grana, le luci bruciate, il motion blur), ma nel perché li usiamo e nel cosa vogliamo comunicare attraverso di essi. Quando Lanthimos sceglie la pellicola 35mm per uno spot pubblicitario, non lo fa solo per l’estetica vintage, ma perché quella texture, quel contrasto, quella grana raccontano qualcosa di specifico sulla storia che sta narrando. C’è un’intenzione, una coerenza tra forma e contenuto, una scelta che si inserisce in un percorso autoriale riconoscibile (chiunque abbia visto Poor Things, Kinds of Kindness o Bugonia sa esattamente di cosa sto parlando, qui sotto una intervista interessante in merito).

L’uso dei linguaggi fotografici, che si tratti di pellicola negativa per uno spot milionario o di una fotocamerina da portachiavi per scatti quotidiani, diventa interessante e stimolante solo quando è al servizio di un’intenzione autentica, di un desiderio genuino di comunicare qualcosa. Non basta applicare un filtro “vintage” o comprare una fotocamera lo-fi per essere autentici. L’autenticità non sta nell’imperfezione tecnica, ma nella coerenza tra quello che scegli di mostrare e quello che realmente vuoi dire.

Proprio per questo, imparare a usare anche l’intelligenza artificiale per esplorare questi “sapori”, per capire cosa crea emozioni nelle persone, cosa risuona, cosa comunica, è un esercizio utile e necessario. Non per replicare meccanicamente uno stile (quello possono farlo tutti), ma per comprendere più profondamente i meccanismi della comunicazione visiva e poi usarli andando oltre, cercando di capire cosa vogliamo dire con le nostre immagini, e perché vogliamo dirlo proprio in quel modo.

La mia piccola Kodak Charmera continuerà a fare foto raccapriccianti, e io (forse) continuerò a divertirmi con lei. Non perché le sue imperfezioni siano “autentiche” in un senso assoluto (come detto, qualsiasi AI può replicarle), ma perché ogni volta che la tiro fuori dalla tasca e scatto, sto facendo una scelta consapevole di privilegiare l’emozione del momento rispetto alla perfezione del risultato. E quella scelta, ripetuta nel tempo, costruisce una storia, una voce, un modo di guardare il mondo che nessun preset e nessun prompt può generare.

Perché alla fine, nell’arte come nella comunicazione, è il “cosa” che vale. Sempre.


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Assolutamente, procediamo.